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Inviato A Lugo di Romagna. A un certo punto c'è stato come un rumore di stacco. Il blackout ha spento le luci. Gli elettrodomestici, i telefoni in carica, le televisioni ancora sintonizzate sulle notizie dall'alluvione: tutto ha smesso di funzionare. Erano le 3. Non si era mai vista una notte così nera. A Lugo di Romagna stavano aspettando la piena, e la piena è arrivata. «Mi fa piangere pensare a quei cittadini che erano stati tutto il giorno a portare sacchi di sabbia per contenere l'acqua al canale di laminazione», dice il sindaco Davide Ranalli. «Cercavano tutti insieme di alzare l'argine, sapendo bene che era solo un modo per guadagnare qualche ora. Hanno provato a salvare qualcosa, nell'impossibilità di salvare tutto. Consapevoli che la natura sarebbe stata più forte. E così è stato». Lugo di Romagna è solo l'ultima piccola città invasa dalla piena. L'ultima in ordine di tempo. Il Serio, il Santerno, il canale di scolo emiliano romagnolo: tutto è tracimato. Così Lugo è stata presa da ogni lato, cinta d'assedio dall'acqua. Il centro storico completamente inondato. Le auto come barche alla deriva. La notte era buia e c'era come un rumore di onde. Onde e sciabordio sotto i portici. Un paesaggio lunare, fra il centro storico e la campagna. Lugo è terra di coltivazioni e allevamenti, di peri, di vigne e grano. Nell'allevamento di maiali "Benfenati", in zona Zagonara, l'acqua saliva inesorabilmente. «Aiutateci, vi prego» diceva il direttore dello stabilimento Davide Bacchiega. Tremila maiali con l'acqua alla collottola. «Aiutateci almeno a salvare i più piccoli, dobbiamo portarli via di qui. Ci restano poche ore, forse minuti». E mentre lo diceva, un elicottero del 118 atterrava al centro di un incrocio risparmiato dall'alluvione, come un'isola, un pezzo di cemento asciutto dentro a un acquitrino. E lì, caricava una signora cardiopatica ricoverata a "Villa Maria Cecilia". È una clinica convenzionata. «Vengono da tutta Italia per farsi operare», diceva incredula l'operaia Lidia Angeli. Stava sul ciglio della strada, con gli stivali al ginocchio e uno sguardo di pietra. «Ma come è possibile che possa finire sott'acqua anche il posto che richiede la massima cura delle persone?». «Allagato!». «È allagato l'ospedale!», dicevano alla radio. E dunque: sommozzatori in azione all'accettazione, alla sala prelievi, risonanza magnetica e Tac. Fra le sedie a rotelle e le bombole dell'ossigeno. Vanno a salvare i generatori d'emergenza. Controllano i sotterranei e le sale operatorie. Mettono in salvo i medicinali e portano via, uno per uno, i pazienti più fragili. Infatti sta tornando l'elicottero per un altro giro.Il giorno dopo è quello che svela la realtà. Nessuna fotografia può contenere questo disastro tutto intero. Le bestie e gli uomini. Gli sfollati e gli annegati. I frutteti depredati dalla piena e ancora sommersi fino alle fronde più alte. Le cantine invase, le stanze fradicie con i ricordi perduti per sempre. «Avevo qui le fotografie delle mie nozze», diceva una signora sul bordo di una strada che davvero si chiama via Paurosa. E dopo via Paurosa c'era una targa su un muro segnato dalla piena: «Qui in casa Fiuntanèla nacque il 24 aprile 1898 Giulio Minardi, sacerdote di Dio e e benefattore». E dopo la targa, ecco la linea ferroviaria: vedevi i binari scomparire dentro un chiarore d'acqua abbacinante. Perché il sole la faceva scintillare. Già, il sole. Il sole del giorno dopo. Nessuno può dire questo disastro tutto insieme. Tutto quello che è successo e che sta continuando a succedere. I bagnini di Bellaria, sull'Adriatico, che stanno raccogliendo tonnellate di legna venute giù con la piena. Cioè il bosco nel mare, la sabbia strappata all'arenile. Le cabine sono sventrate e tre barche sono affondate nel porto. Nessuno può dire la solitudine di chi ha perso tutto e di quegli altri che ancora aspettano i soccorsi in casolari sperduti. Il paese di Conselice è isolato e senza acqua potabile. Il presidente della Regione Stefano Bonaccini ha detto un numero enorme, che è la prova esso stesso dell'impossibilità di stabilire con precisione quello che è accaduto: «Miliardi di euro di danni». Ma quanti miliardi? Questa indefinitezza è l'alluvione. Questa impossibilità di rimettere le cose in ordine, di nuovo dentro a degli argini conosciuti. Quanto tempo ci vorrà per aggiustare tutto? Numeri: 280 frane attive. Chiamano così le frane che si muovono ancora e che potrebbero non avere terminato il loro percorso di distruzione. Altri numeri: 34mila persone senza luce, persone al buio e senza telefoni, senza connessione con il mondo. Gli sfollati sono invece 10mila, di cui 3.100 nei centri di accoglienza allestiti dai comuni della zona. I morti non sono più 9, ma 13: ieri hanno trovato una coppia di anziani annegati in una cascina a Russi e altri due, sempre nelle campagne della provincia di Ravenna. Era un'alluvione annunciata, allerta rossa. Ma siamo tutti come quei cittadini di Lugo di Romagna che mettevano sacchi di sabbia nella consapevolezza di guadagnare qualche minuto. Nomi di una geografia italiana dimenticata: Romiti, Cava, Schiavonia, Roncadello e San Benedetto. Acqua, ancora acqua. Se la situazione sta migliorando sul lato di Faenza, Forlì, Cesena, è ancora molto complicata sull'altro versante dell'autostrada. Da Lugo di Romagna a Ravenna. Anche qui nomi dimenticati: Fruges, Massa Lombarda, Sant'Agata sul Santerno. È questa la storia. Una storia di piccoli comuni attraversati dall'onda lunga di tutti i fiumi dell'Emilia Romagna.Forse è la prima volta che un'alluvione colpisce un territorio così vasto. Da Bologna al mare. Ci sono cose difficili da immaginare dentro a uno sfacelo del genere. Per esempio i forni di un vetreria di Cesena completamente sott'acqua. Così come quei potentissimi impianti elettrici che permettevano di portare la temperatura a 1.400 gradi. Adesso come si può pensare anche soltanto di riaccendere la corrente? È l'Italia dei piccoli paesi e delle piccole aziende che funzionano da generazioni. La «Fonderia Morini» di Cotignola completamente allagata. Sono immagini che suscitano un senso di irrealtà. Un'iperbole in fila all'altra. Come quell'auto, dentro una piscina d'acqua, all'ingresso dell'autostrada Adriatica allo svincolo di Budrio. Non ce l'ha fatta a proseguire. Quel Suv Ford nero sembra che stia galleggiando. E le due persone che erano a bordo, adesso si sono sedute sul guardrail con i pantaloni arrotolati al ginocchio e i piedi nudi in attesa di qualcuno. Ma chi? Forse arriverà quel trattore che ha già portato via dal fango altre quattro auto impantanate. Il giorno dopo è quello che svela tutta la fragilità dei nostri piani, piccoli o grandi che fossero. «Ho sentito la storia di un uomo di Budrio che appena uscito dalla concessionaria con l'auto nuova è finito travolto dalla piena». Certi bar sono diventati come degli approdi. In questa terra di grande accoglienza e generosità, stanno tutti a aiutarsi l'uno con l'altro. E quando non si può fare niente, si può ancora parlare. Nicola Quarneti, ex pugile professionista, ora tatuatore, arriva guadando la piena su una bicicletta. «Per fortuna sono ancora molto allenato», dice. E poi aggiunge: «Ho visto la distruzione che c'è laggiù. Si capisce in questi casi quello che conta davvero. Contano le persone e gli animali, non le cose». L'alluvione ha anche questa prepotenza, di rimettere ordine nelle priorità degli esseri umani. Bisogna salvare i malati e le persone fragili, bisogna inventarsi una piccola barca per mettere in salvo gli animali domestici rimasti intrappolati: l'hanno fatto due ragazzi a Cesena. Adesso la piena sta scendendo verso il mare. Verso Ravenna. Domani sarà un altro giorno della verità, quando sarà visibile il segno del suo passaggio. Tutti hanno usato delle metafore per cercare di spiegare l'accaduto. Il sindaco di Forlì Gian Luca Zattini: «È la fine del mondo». Il sindaco di Bologna Matteo Lepore: «È come un altro terremoto». E tutti, tutti, stanno già invocando un commissario per la ricostruzione.L'Italia distrutta dall'incuria, l'Italia salvata da un commissario straordinario. Questo è il finale. Senza sorprese. --© RIPRODUZIONE RISERVATA