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Andrea Scutellà / scarmagnoHa rischiato di diventare un caso nazionale, la scelta della pena sostitutiva al carcere dei fratelli Giuseppe e Davide D'Arco, condannati a tre anni ciascuno per il rogo con esplosione della Darkem di Scarmagno, avvenuto la sera del 30 maggio 2016. Per le pene fino a quattro anni, infatti, la riforma Cartabia entrata da poco in vigore, prevede la possibilità di sostituire la misura detentiva con i lavori di pubblica utilità. Allo stesso tempo, però, chiede agli imputati di accettare la sentenza e non appellarla per accedere a questo beneficio. Ed è proprio qui che l'avvocato Stefano Rossi del foro di Torino, che difende i D'Arco, ha ravvisato un vizio di legittimità costituzionale. «A mio modo di vedere - ha spiegato -, quella norma introduce una disparità di trattamento con chi sceglie la pena sostitutiva della semilibertà o della detenzione domiciliare, che invece può appellare la sentenza». E così facendo verrebbe leso l'articolo 3 della Costituzione: ovvero l'eguaglianza di fronte alla legge.La giudice Antonella Pelliccia, però, ha ritenuto infondata l'eccezione sollevata dall'avvocato Rossi. Ha fatto riferimento ad altri istituti come la messa alla prova che seguono più o meno un iter simile. E ha sottolineato che gli imputati, dopo aver saputo dell'impossibilità di appellare la sentenza, avevano già rinunciato alla pena sostitutiva. La difesa a questo punto attende la pubblicazione delle motivazioni. «Una sentenza è una sentenza e si rispetta - ha spiegato l'avvocato Rossi -, faremo appello e riproporremo comunque la questione». Tra l'altro l'eventualità che il reato si prescriva già in appello è molto forte: sono ormai passati 7 anni dall'incendio con esplosioni alla Darkem.Per quel rogo, avvenuto intorno alle 21.30 del 30 maggio 2016 sono stati condannati a tre anni di pena ciascuno, per incendio e lesioni - entrambe colpose - in alcuni casi gravi. Al processo si sono costituiti parti civili: il Comune di Scarmagno, attraverso l'avvocato Andrea Castelnuovo; i vicini Pasquale Inzillo e Giuseppe Nesci, che hanno visto le loro case distrutte o danneggiate da pezzi di cemento roventi scagliati in aria dall'esplosione, tramite il legale Pio Coda; sette vigili del fuoco e due carabinieri feriti, difesi dall'avvocata Carla Salice; e due poliziotti colpiti nell'incendio, rappresentati dalle legale Paola Perello. Alla fine sono stati riconosciuti complessivamente 270mila euro di risarcimenti in via provvisionale (la richiesta era stata di 600mila). Ma alcune vittime del reato hanno già annunciato che avvieranno anche una causa civile per i danni. La pm Valentina Bossi era stata durissima nella sua requisitoria. Aveva chiesto: «Chiedo che siano condannati senza alcuna attenuante. È tutto ancora lì: dopo i fatti, i signori sono spariti». Il riferimento è alle macerie che anni dopo insistevano ancora sul sito dell'incendio. L'avvocato Rossi aveva invece sostenuto che il vero amministratore dell'azienda, in realtà, era il padre, indagato per l'incendio ma deceduto nel frattempo. I due fratelli, era scritto nella memoria difensiva, avevano fatto da autista al padre o avevano lavorato in ufficio. Di come venissero stoccate le sostanze chimiche nel magazzino, che secondo l'accusa sono state all'origine dell'incendio, hanno sostenuto di non sapere nulla. Rossi aveva concluso: «Non c'è certezza sulle cause dell'incendio. La prova non solo non si è raggiunta, ma non è stata neanche formata». Ma in primo grado ha avuto ragione l'accusa. --