STRETTI TRA CARO-VITA E DISOCCUPAZIONE
Energia cara e carenza di cibo potrebbero scatenare disordini in varie parti del mondo. L'ansia dei governi e delle banche centrali dei Paesi avanzati è che occorre sconfiggere quanto prima l'inflazione ma gli strumenti per combatterla non si sa quanti danni provocheranno, sia sulle nostre economie sia, ancor più, su quelle dei Paesi poveri. Protese contro il carovita se non si fa nulla, proteste contro la disoccupazione se si fa troppo: e la via di mezzo giusta non pare possibile stabilirla in anticipo. È significativo che si spinga a tali allarmi il Fondo monetario internazionale: l'aggiornamento all'ultimo dei suoi consueti rapporti semestrali, che era uscito in aprile, riformula tutte le previsioni, quasi sempre in peggio. Più inflazione e meno crescita; e noi, abituati ad angustiarci sulle debolezze dell'Europa, scopriamo che né gli Stati Uniti né la Cina se la passano bene. La parola «unrest», disordini, compare ben sette volte in un testo di diciotto pagine fitto di tecnicismi economici. La guerra in Ucraina, ovviamente, c'entra moltissimo, perché ha esasperato tensioni sulle materie prime che già erano forti; tensioni che, paradossalmente, scaturivano dall'essere usciti fin troppo bene dalla pandemia, al di là delle previsioni. Non ci si aspettava un così rapido aumento dei prezzi. Bisogna stroncarlo per evitare che le cose si mettano ancora peggio, con masse di gente a cui mancano i soldi per comprare il necessario. La cura più efficace è che le banche centrali aumentino i tassi di interesse. Se non lo si fa, ci si caccia in guai peggiori: come la Turchia, che non aumentandoli si è procurata un'inflazione all'80%. Ma «l'esatto ammontare di restrizione richiesto per abbassare l'inflazione senza indurre una recessione è difficile da accertare»; e le esperienze del passato non aiutano, perché troppo è cambiato da allora. Dove fermarsi, prima che le imprese prendano a licenziare? Quando fermarsi, se anche un aumento dei disoccupati non riuscirà a frenare i prezzi? Il dilemma investe in pieno gli Stati Uniti, dove - si capisce tra le righe - si è agito troppo tardi, e ora si sarà costretti a insistere nel rialzo dei tassi con la recessione già in vista. Una sorpresa è che il Fmi prevede per quest'anno meno crescita negli Usa +2,3%, che nell'area euro, +2,6%. A prima vista, i numeri del Fmi indicano mali comuni in tutti i grandi Paesi, anche con la Cina che si è messa nei guai (secondo trimestre in recessione) sbagliando politica sul Covid; mentre l'Europa, pur con la guerra ai suoi confini mostra una inattesa vitalità. Poi, guardando meglio, dell'Europa appare fragile il centro, la Germania, solo 1,2% di crescita nel 2022, contro il 3% dell'Italia. E nello scenario di una interruzione completa delle forniture di gas dalla Russia, il colpo sull'Europa sarebbe pesantissimo, in pratica crescita ridotta a zero. Facile restare disorientati, se l'unica medicina disponibile contro il carovita ha pesantissime controindicazioni, dato che facendo costar caro il denaro scoraggia l'aumento dei prezzi danneggiando l'attività produttiva. La ricetta sicura non c'è; il Fmi incita a non essere medici pietosi, a non perdersi d'animo quando si infittiranno i segnali che l'economia rallenta. Proprio con le notizie delle ultime ore sul gas russo. Mette ancor più inquietudine la formula degli economisti di Washington, «i rischi alle nostre previsioni sono in misura schiacciante al ribasso». --© RIPRODUZIONE RISERVATA