Cartello choc nell'area camper «Vietato l'ingresso ai nomadi»
Andrea Scutellà / ivrea«Vietato l'ingresso a moto, auto e nomadi». È difficile cercare un senso al cartello affisso sulla sbarra verde dell'area Camper Dora Baltea d'Ivrea, che con i suoi dieci posti offre ai campeggiatori non nomadi un posto al fresco vicino al fiume e allo stadio della canoa. A noi appare così, in un caldo pomeriggio di mezza estate, confuso quasi in mezzo agli altri divieti e non riusciamo a comprendere l'attinenza tra i veicoli e lo stile di vita nomade o stanziale. Non riusciamo nemmeno a togliercelo dalla testa: che in fondo si riferisca a un gruppo di etnie - rom, sinti, camminanti -, che vengono identificati con l'antica caratteristica del nomadismo? Contattiamo l'amministrazione comunale, il terreno è pubblico, sì, ma è gestito dal Gruppo eporediese campeggiatori (Gec). Troviamo un numero di telefono, risponde un signore dalla voce gentile, il presidente Franco Chiuni. «Sì quel cartello sarà lì da vent'anni - spiega in maniera tranquilla -, lo abbiamo messo perché di solito i nomadi prendono dimora, invece nelle aree sosta per camper, per legge, si può stare massimo 48 ore». Ci soffermiamo a ragionare, solo per un attimo, sull'ossimoro dei nomadi che prendono dimora. Ma tant'è. Facciamo presente che forse il cartello è un po' forte, che sarebbe il caso di rimuoverlo e magari sostituirlo con un "sosta consentita al massimo per 48 ore". «No a noi piace così - prosegue -, poi le persone sono tenute a conoscere la legge».È come un'amnesia collettiva. C'è un cartello che vieta l'ingresso a una categoria di persone in un'area comunale e, in vent'anni, nessuno se ne è mai accorto. O nessuno lo ha mai ritenuto discriminatorio. «Lo trovo di pessimo gusto - spiega Francesco Comotto, capogruppo di Viviamo Ivrea -, e tra l'altro senza senso, visto che non si controllano altri divieti. Come facciamo a stabilire se una persona è nomade o meno? Spero che vengano accertate le ragioni per cui è stato messo e che venga immediatamente rimosso». Articolata è la riflessione di Gabriella Colosso, consigliera comunale del Pd. «In tanti posti - ragiona -, un cartello così è finito in procura. Uno spiritoso avrebbe ribadito che l'ingresso ai Dik, Dik, invece, è permesso. Ma io ci trovo poco da ridere. Credo che richiami alle etnie rom, sinta e camminante e quella frase, messa così, diventa discriminatoria e razzista, perché viola i diritti costituzionali all'uguaglianza e alla libera circolazione. La cosa più grave è il fatto di non soffermarsi sulle parole, di darle per scontate. In questo periodo i casi di razzismo sono aumentati del doppio. E riguardano in primis rom, musulmani ed ebrei. Proprio per questo dobbiamo stare attenti, perché il linguaggio rispecchia il modo in cui pensiamo». --