Senza Titolo

il raccontoDue donne in tuta da ginnastica giacciono l'una accanto all'altra sul pavimento di un bunker, le mani sono incrociate sul grembo, le teste sono state coperte da stracci che nascondono gli effetti delle bombe sui poveri corpi. Non hanno aspettato nemmeno un minuto: i bombardamenti su Mariupol sonno ricominciati appena terminato il cessate il fuoco concordato per evacuare i civili. Per evacuare 127 persone. Gli altri sono ancora "dentro", nel labirinto di bunker della Azovstal e nei rifugi sotterranei delle case attorno all'impianto. Ma non c'è più tempo e ieri l'esercito russo ha lanciato l'assalto finale per espugnare l'ultima sacca di resistenza ucraina e assumere il controllo dell'acciaieria prima della Festa della vittoria del 9 maggio. Bombardamenti a tappeto, poi l'avanzata via terra con mezzi corazzati, carri armati e fanteria, cominciati appena dopo l'evacuazione dei primi convogli di civili verso Zaporizhzhia. Le due donne in tuta da ginnastica non sono sopravvissute, nelle prossime ore sapremo il destino delle centinaia di civili ancora imprigionati e di quel che rimane del battaglione Azov, della Marina e della Guardia nazionale ucraina asserragliati da oltre due mesi. L'Azovstal ha cinque rifugi antiaerei in grado di resistere all'attacco di una testata nucleare, ma là sotto ci sarebbero ancora 300 civili, tra cui 30-40 bambini e decine di feriti che razionano acqua e cibo, che non vedono la luce del sole da settimane. Altri civili sarebbero a nascosti nelle cantine e nei rifugi dei complessi residenziali e delle case attorno all'acciaieria. «Siamo stati bombardati tutta la notte, dice il vice comandante del reggimento Azov, Svyatoslav Palamar. - I russi stanno cercando di irrompere nell'impianto, gli attacchi proseguono senza sosta, con artiglieria dai carri armati, spari a raffica, e ogni 3-5 minuti bombardamenti dai cieli». Anche lontano dalla linea del fronte, l'Ucraina resta avvolta dal terrore dei bombardamenti, con nuovi attacchi e allarmi antiaerei centinaia di chilometri a Ovest della linea strategica del fiume Dnipro. In serata, almeno cinque esplosioni si sono verificate a Leopoli, vicino al confine con la Polonia, e la contraerea ucraina ha abbattuto un missile russo sparato nei pressi di Kiev. Diverse esplosioni si sono sentite anche a Dnipro e Vinnytsia. Ma per poche, inestimabili ore, a Zaporizhzhia è stato anche il tempo del sollievo, degli abbracci, delle lacrime di gioia: 127 civili sono arrivati nella città della centrale nucleare con il convoglio umanitario organizzato dalle Nazioni Unite in coordinamento con la Croce rossa da Mariupol. Per lo più donne, bambini e anziani, evacuati dalle viscere dell'acciaieria di Azovstal. Anche se non tutti sono arrivati a destinazione, come quelli a bordo di 11 bus di cui si sarebbero perse le tracce. «È stato l'inferno - racconta Tanya -. Un incubo da cui ci pareva impossibile fuggire. Ieri sera abbiamo caricato la macchina e pregato tutta la notte». È stremata. Bacia la figlia in fronte mentre Straton, suo marito, le abbraccia. Ora che sono a Zaporizhzhia, in coda per un piatto caldo e abiti puliti, si sentono finalmente al sicuro.Per quanto ci si possa sentire al sicuro in mezzo alla guerra. Abitavano in un piccolo villaggio al confine con l'Oblast di Mariupol. Giorno e notte sotto i bombardamenti, cercando di non saltare in aria sulle mine, di non inciampare negli ordigni inesplosi, sperando che un Grad non cadesse sulla loro casa. «Ci hanno torturati sino all'ultimo - racconta -. I russi ci hanno fermato al checkpoint del paese e ci hanno obbligato a scendere. Tutti contro un muro ad aspettare l'ok di qualche ufficiale». Adulti e bambini. Donne, uomini e anziani. Il via libera non arrivava mai. Come Straton si è avvicinato ai soldati russi per chiedere spiegazioni è stato allontanato con un calcio. «Volevano soldi - dice, alzando la voce per la rabbia -. Mille grivna a persona. Ho dovuto lasciar loro tutto quello che avevo. Mia figlia piccola aveva fame. Ha meno di 6 mesi, piangeva senza sosta, disperata. Solo quando erano stufi di sentirla piangere ci hanno fatto ripartire». Un viaggio lungo e tortuoso per stradine di campagna, minate ai lati e scavate dai tank. «Ci hanno fatto passare da lì perché avevano paura che vedessimo dove nascondono i tank - dice Gorislav -. Prima mi hanno rubato tutto da casa, poi mi hanno preso tutti i soldi e solo adesso mi hanno lasciato andare». Gorislav ha fatto per tutta la vita il contadino. «Allevavo galline ma, prima le bombe, poi i russi me le hanno uccise. Prima hanno bombardato e mi sono nascosto in cantina. Poi hanno cominciato ad affacciarsi con le loro jeep e sono fuggito nei campi. L'ultima volta hanno preso tutte le poche chiocce sopravvissute». A Zaporizhzhia in pochi hanno la forza di raccontare, di provare rabbia, anche solo di sperare. I più anziani faticano a mangiare un po' di zuppa. Hanno viaggiato su alcuni camion seduti sulle loro sedie a rotelle. Hanno freddo, sono terrorizzati. Solo Galina ha ancora la forza di dire qualche parola: «Morirò lontano dalla mia casa. Non potranno nemmeno seppellirmi al fianco di mio marito». --© RIPRODUZIONE RISERVATA