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inviato a SIEVERODONETSK«Vorrei che il mondo, l'Occidente, l'Europa fossero maggiormente partecipi della tragedia che sta devastando l'Ucraina, perché i russi si stanno comportando da criminali. Vorrei che i cieli sopra il nostro Paese fossero chiusi perché solo così si ferma la distruzione attorno a noi. Vorrei che ci mandaste armi più grandi perché solo così possiamo cacciare l'invasore». Ad ascoltare queste parole si penserebbe di avere davanti un politico, un devoto rappresentante di Kiev, invece a pronunciarle è Danil, sedici anni, residente a Lysycansk, oblast di Luhansk, nella parte controllata dalle forze governative. Residente sino a ieri, perché Danil è stato evacuato assieme alla famiglia, la madre, la sorella e il nonno, il papà no, è andato a combattere. Danil è disarmante nel rispondere a una domanda di ben altro tenore: quale è il tuo sogno? «Questo è il mio sogno, non bisogna andare lontano per aver un sogno, il mio è questo, qui, ora subito». Parole che coincidono drammaticamente con quelle del ministro degli Esteri ucraino, Dmytro Kuleba. Parole che in questa parte del Paese sono sentite, se possibile, ancora di più, perché qui la guerra c'è da prima, qui siamo nel Donbass. Il viaggio per arrivarci è l'ennesimo spaccato del conflitto, a renderlo ancora più intenso è chi ci guida in questo angolo di inferno alle porte dell'Europa, Padre Oleh, un sacerdote greco-cattolico dell'ordine dei Salesiani. Da Dnipro il prete coraggio porta medicinali e beni di prima necessità nelle zone a ridosso della linea di contatto, al ritorno fa il carico di civili per portarli in salvo. L'aspetto è dell'uomo che la fede la porta sino alla frontiera, o anche oltre, indossa la casacca verde militare in stile Zelensky, la bandiera giallo blu. e una croce vistosamente ruvida al collo. L'aspetto è consumato nonostante le quaranta primavere, originario di Leopoli ha vissuto otto anni in Italia, tra Lombardia e Piemonte. Il suo italiano è serafico. Quando confido che mio nonno ha studiato dai discepoli di Don Bosco regala un sorriso, il petto si gonfia. «Volevo lavorare con i ragazzi, volevo cambiare il mondo, ho scoperto la figura di Don Bosco, un vocazione istantanea». Il lungo viaggio verso il profondo Donbass diventa più lieve grazie ai suoi racconti, nonostante la strada che porta evidenti le ferite dei bombardamenti di Vladimir Putin. L'incanto è interrotto dal desolante spettacolo delle file interminabili di auto in fuga, giorni fa è scattato l'ordine di evacuazione, gli ucraini sanno che il piano B di Mosca vedrà nel Donbass la resa dei conti. Colonne infinite di gente, bagagli e masserizie che si diradano all'avanzare della zona di fuoco. Facciamo rotta a Sieverodonetsk, che tradotto vuol dire "Donetsk di sopra", anche se la cittadina si trova nell'oblast di Luhask, divisa tra governativi e filorussi, i carri armati del Cemlino sono a un tiro. Man mano che ci avviciniamo, i villaggi si fanno sempre più spogli, colonne di fumo si susseguono come le carcasse delle auto: distruzione e morte.Avanti a noi c'è un camion pieno di soldati, stipati alla rinfusa, vanno al fronte a dare il cambio ai commilitoni impegnati da settimane contro i russi. La prima fermata è a Lysycansk dove arriva un secondo furgone, a bordo c'è un altro sacerdote, salesiano anche lui. È Don Sergio, tre anni e mezzo trascorsi in Italia gli sono stati sufficienti a padroneggiare la lingua in maniera imbarazzante.Il suo van porta alcuni evacuati che ha incontrato per strada assieme a viveri e medicine. Ci incolonniamo verso la destinazione, ad ogni check Point il sacerdote viene fatto passare come un generale, non c'è soldato che non lo conosca. L'odore acre di bruciato è via via più penetrante, così come la desolazione delle strade percorse quasi esclusivamente da cani smunti, affamati, ammalati. «Questo benzinaio è stato centrato tre giorni fa, eravamo vicinissimi - dice don Oleh - Anche questa auto hanno preso in pieno, peccato era nuova». Tentiamo di cambiare discorso, se non altro per esorcizzare: ogni quanto fate questa operazione? «Due o tre volte alla settimana, dipende quanta forza abbiamo e dalla disponibilità di medicine e alimenti - chiosa il salesiano - Oggi sarà veloce andiamo all'ospedale, non dalla gente nei sotterranei, ci vorranno due ore circa"».Due ore di fuoco. Entriamo nel complesso ospedaliero, già bombardato diverse volte, il padiglione di pediatria è stato seriamente danneggiato tre giorni fa: "abbiamo dovuto evacuare tutti i piccoli pazienti". Adesso funziona da centro di smistamento. Aprono le volontarie, iniziamo a scaricare la merce: «Qui tutti danno una mano», dice Don Sergio col sorriso del combattente accentuato dalla barba lunga. Tra gli alimenti ci sono prodotti "made in Italy", del pane in cassetta viene da Torino, lo notiamo tradendo un pizzico di orgoglio. «Mandateci elicotteri e carri armati per difenderci», ci fredda una volontaria. Il giro dentro il reparto di pediatria è un tuffo al cuore, a vedere lettini e culle riempiti dei calcinacci piovuti dal tetto sfondato dalle bombe. Al momento di rimetterci in marcia si odono due colpi di cannone, un terzo, un quarto, perdiamo il conto, sempre più forti, sempre più vicini. «Tutti dentro», dice padre Oleh, memore dell'attacco precedente. È un attacco su ampia scala come dimostrano i tre bombardamenti aerei vicino al ponte della ferrovia che collega Slovyansk a Kramatorsk, tre treni con evacuati a bordo vengono bloccati sino a nuovo ordine. Al cenno del sacerdote ci infiliamo nel furgone di Don Sergio, e via con un'accelerazione pindarica. «Don Bosco ci protegge», dice col ghigno di chi la prima linea la frequenta non di rado, mentre l'artiglieria di Putin torna a farsi sentire. C'è il tempo per una sosta, salgono Andrey e Lina, erano rimasti bloccati da giorni, dopo l'attacco all'ospedale, possono andare al sicuro, lontano da quell'inferno. Trascorreranno la notte a Dnipro, poi si vedrà, ci stringono in un abbraccio liberatorio. Torniamo verso Lysycansk dove con Danil ci sono altri evacuati, alcuni vengono dalla città Popasna, tra loro c'è una direttrice di una scuola. «Loro rischiano di più, gli occupanti russi li obbligano a collaborare, a mettere la lingua russa in tutti gli insegnamenti - dice il padre coraggio -, se dicono di no fanno una brutta fine». Approfittiamo di quell'ultimo tratto di strada per capire il senso di questa guerra secondo un uomo di fede: di chi sono le colpe? «Quando hanno violentato le ragazze quattordicenni non lo ha fatto Putin, quando hanno saccheggiato non lo ha fatto Putin, quando hanno distrutto il teatro a Mariupol non lo ha fatto Putin, quando bombardano scuole e ospedali la persona che pilota l'aereo sa cosa c'è dentro - spiega - . Il libro Hitler e i tedeschi è d'insegnamento, occorre analizzare le responsabilità di un popolo, più dell'80% dei russi sostiene Putin ed è d'accordo con la guerra, se tu sostieni Putin e la guerra sei corresponsabile di tutto questo».--© RIPRODUZIONE RISERVATA