Don Giovanni Capace, il prete di montagna
castellamonteDon Giovanni Capace e Adriana Zarri, ovvero vita attiva e vita contemplativa. Ma davvero sono vite così diverse? In apparenza, il parroco di montagna partigiano e astronomo impegnato su mille fronti non potrebbe essere più lontano dalla teologa e scrittrice che ha vissuto ritirata nei suoi eremi canavesani. Eppure a ben vedere si somigliano molto. Giovanni Capace, classe 1917 di Spineto, si forma presso i Camilliani a Oneglia, a soli 23 anni è sacerdote e si trova davanti due strade spianate: missionario o parroco nel paese natale. Le rifiuta entrambe: lui vuole fare "il prete di montagna".Arriva a Fornolosa, dove, dice, «a metà febbraio si vede la luce del sole toccare il campanile dopo tre mesi di buio». Qui è vicino alle famiglie più povere e mette in pratica ciò che dirà Adriana Zarri: «la fede è soprattutto un atteggiamento di ascolto, di disponibilità». Poi scoppia la guerra e il giovane sacerdote non resta a guardare: dapprima mediatore per la liberazione dei prigionieri, poi cappellano della VI divisione Giustizia e Libertà, alla fine deve darsi alla macchia. Viaggia per la Valle Orco con un passaporto falso sul quale figura come «venditore di legname». Sarà lui a trattare, dopo il 25 aprile, tra i repubblichini e le forze alleate evitando eccidi e vendette.Poi rimette la tonaca e riprende la sua vita di missionario in loco, dando vita nel frattempo al tuttora esistente Osservatorio astronomico di Alpette (dove è parroco a partire dagli anni Sessanta), il luogo dove coltiva la sua passione per l'infinito, e la infonde a chiunque, dai giovani astrofisici fino alle scolaresche canavesane. Si batte per la valorizzazione degli spazzacamini e per la rinascita del Parco del Gran Paradiso, è amico e confidente di Carlo Donat-Cattin e Tullio Regge, ai quali dedica la stessa partecipe vicinanza che tanti anni prima aveva riservato al morente Piero Martinetti.Inesauribile, eclettico, insofferente dell'autorità e delle etichette, viene fermato nel 1992 soltanto dalla leucemia. E se ne va lasciando l'eredità di un uomo libero, fiero di affermare che il dovere del cristiano è quello di praticare la gioia e l'allegria. Parole che ricordano quelle di Adriana Zarri, quando disse che «Gesù le malattie le guariva», e non amava per nulla la sofferenza. --valerio giacoletto papase giorgio seita