Le capitali Ue puntano alla de-escalation ma sono divise sui tempi delle sanzioni

Non si sa se un attacco russo all'Ucraina ci sarà, ma una cosa è certa: la crisi in corso ha rinsaldato i rapporti tra Nato e Unione Europea riportandoli ai livelli di intesa precedenti l'epoca dell'amministrazione Trump. Negli ultimi tempi si sono contate infatti diverse missioni congiunte, così come si è registrato un deciso cambio di passo nei colloqui tra Commissione Europea e Dipartimento di Stato americano. Il risultato politico più visibile si è registrato sul fronte delle sanzioni da comminare alla Russia in caso di attacco. Al momento il pacchetto sanzionatorio è in via di definizione, ed è proprio in queste giornate che è possibile misurare le consonanze, l'identità di vedute tra i vari attori, ma anche qualche differenza. Di nuovo, la linea degli americani appare la più intransigente, orientata a colpire Vladimir Putin e tutto il suo entourage con blocchi di beni e divieti di circolazione: «Saranno sanzioni durissime, senza precedenti», hanno detto da Washington. A Bruxelles i toni sono meno drammatici: si tratterà di sanzioni che agiranno su vasta gamma, questo sì, e che andranno dal controllo delle esportazioni fino a misure intese a colpire il settore energetico e quello delle transazioni finanziarie. Ma che a fianco della deterrenza vogliono mantenere accesa la scintilla del dialogo. Per questo diventa importante la decisione sul "quando", ovvero la definizione del momento in cui le sanzioni dovrebbero scattare.A fronte di chi nelle scorse settimane ha parlato della necessità di sanzioni preventive - l'Olanda e i paesi dell'Europa orientale in particolare - sembra prevalere oggi la linea promossa da Germania, Francia e Italia, secondo cui bisogna evitare una logica "escalatoria". Le sanzioni, in altre parole, dovrebbero scattare solo in presenza di un'aggressione militare, non di incidenti o di cosiddetti "attacchi sotto soglia". Solo in questo modo - secondo la logica seguita dai maggiori paesi Ue - è possibile rendere le sanzioni un fattore di deterrenza che non corrode completamente i margini del dialogo diplomatico, ma se ne fa invece complemento. Ingaggiare il Cremlino in una qualsiasi forma di negoziato resta infatti il principale obiettivo degli europei, nella speranza in questo modo di allontanare i rischi di una grave destabilizzazione dell'Ucraina. I toni a Mosca continuano a restare accesi: «Mi scusi il linguaggio, ma noi ce ne freghiamo delle sanzioni - ha dichiarato l'ambasciatore russo in Svezia al quotidiano Aftonbladet - Sono anni che la Russia convive con le sanzioni occidentali, e il risultato è che abbiamo imparato a rinunciare ai formaggi svizzeri e italiani facendoceli da soli» L'argomento dell'autarchia russa - da anni utilizzato nella retorica anti-occidentale - suona oggi tuttavia come l'ennesima conferma di una sostanziale incapacità di rinnovarsi delle linee del Cremlino, anche nella propaganda. A dimostrazione della volontà Ue di favorire un processo di de-escalation c'è anche il pacchetto di misure - approvato pochi giorni fa - a sostegno della resilienza ucraina: quattro miliardi stanziati al fine di favorire la cooperazione e le consulenze, sia sul fronte dell'addestramento militare, sia a sostegno della società civile. Deterrenza, dialogo, sostegno all'Ucraina e gioco di sponda con la Nato sono oggi gli ingredienti con cui l'Europa cerca in definitiva di contenere il precipitare della crisi, che però resta, al momento, nelle sole mani di Vladimir Putin. -- © RIPRODUZIONE RISERVATA