Donne raccolte in se stesse L'unico colore è quello dell'abito
IVREA Donne che vengono raffigurate come silhouette, raccolte in se stesse e chiuse in un silenzio che solamente i colori vividi dei loro abiti riescono a sgretolare nella sensibilità dello spettatore. Così appaiono le riproduzioni dei graffiti della street artist afghana Shamsia Hassani, esposti in una mostra diffusa fino al 26 settembre dal titolo #StradeParallele che dall'atrio del Comune si estende anche ai muri della città e alle vetrine dei negozi del centro. Si coglieva attenzione e partecipazione nel pubblico intervenuto sabato 18 in sala Santa Marta per l'inaugurazione introdotta dalla consigliera comunale e presidentessa della Consulta stranieri Gabriella Colosso. «In soli dieci giorni abbiamo allestito quest'evento, nato spontaneamente dopo i ripetuti appelli di queste ultime settimane sui social per dare voce ad Hassani, che oggi vive in pericolo nascosta a Kabul - ha detto - . Il grazie va all'amministrazione comunale per la disponibilità e il contributo economico datoci e poi alle associazioni Casa delle donne, Inner Wheel Ivrea, Lucy, Soroptimist Ivrea e Canavese, Violetta la forza delle donne, Fuori dal tunnel e Morenica_net, oltre alla collaborazione della Consulta stranieri».Colosso ha quindi elogiato la disponibilità trovata in città per ospitare i lavori dell'artista. «I proventi che verranno raccolti da offerte e dalla vendita delle stampe e delle cartoline che riproducono le opere saranno devoluti alla fondazione Pangea onlus - ha precisato Colosso - . È una della tre organizzazioni, insieme a Emergency e alla Croce rossa, che ancora opera in Afghanistan andando casa per casa a prendersi cura di donne, bambini e di coloro che sono stati costretti a cancellare la loro identità per sottrarsi alle vendette dei talebani».Dai chador nei graffiti promana una forza capace di ridefinire il genere femminile e l'importanza di rivalutare i valori ed i talenti di cui ogni donna è portatrice ha trovato espressione nella figura di Sahar, giovane artista afghana madrina della mostra, nella quale ha esposto anche alcune sue opere. La sua storia ed il suo esempio hanno reso vivo il significato della giornata. Sahar è giunta a Ivrea con la sua famiglia attraverso un corridoio umanitario nel maggio scorso da un campo profughi a Lesbo in Grecia. «Nel campo ero così senza speranza e distrutta che ho cominciato a dipingere - ha detto a un pubblico attonito -. Sono stata sempre umiliata perché ero una ragazza e ho sempre voluto trovare il modo di mostrare che anche le donne vogliono vivere. Quando sono nata, tutti aspettavano un maschio e ora voglio dire a tutti che essere una ragazza o una donna non è un crimine».L'assessora alla cultura Costanza Casali ha sottolineato il supporto al progetto: «Il patrocinio dell'amministrazione, attraverso l'esposizione dei manifesti sul palazzo comunale, dimostra che quando si parla di diritti umani non ci sono più confini ideologici né colori politici». Giorgia Povolo, assessora alle pari opportunità e alle politiche giovanili e sociali, si è soffermata sul messaggio delle opere: «Esprimono voglia di libertà e normalità alla luce del sole. Ci si sente rabbrividire quando si pensa a ciò che sta accadendo e spaventano la paura dell'occidentalizzazione in quella società e la disperazione di uomini e donne in pericolo per aver collaborato per migliorare le condizioni di vita del proprio paese». --Paolo Airoldi