Senza Titolo
l'intervistaCarlo Bertini / ROMAPrende di mira la Confindustria, Peppe Provenzano, già ministro del governo Conte, oggi vicesegretario del Pd, anima pensante della sinistra del partito. E scuote la testa del governo (senza polemizzare con Draghi), chiedendo che le riforme caldeggiate dai dem sul lavoro siano «una priorità di tutti e non solo del ministro Orlando». Rigetta la tesi degli opposti estremismi, difendendo l'intellettuale Tomaso Montanari, «che ha solo detto che le foibe non si possono paragonare alla Shoah e c'è chi mette in discussione la libera docenza»; e attacca la destra di Salvini-Meloni, con un appello che apre uno squarcio nel granitico mondo leghista: «Giorgetti e Zaia prendano la distanze da una destra estremista». Dando così corpo ad un'ipotesi di sganciamento dei colonnelli leghisti di cui si parla nei Palazzi romani. A proposito di temi cari al Pd, la riforma degli ammortizzatori è ferma al palo. Come si sbloccherà? «Draghi ha più volte dato prova di essere attento al tema della coesione sociale. Il fronte su cui realizzarla è la difesa e la creazione di lavoro, solo così si distribuiranno i benefici dei fondi europei. Ma ciò non può diventare un impegno e una preoccupazione di Andrea Orlando e del Pd. Deve essere priorità dell'intero governo». Il ministro Franco dice che le risorse non ci sono...«Trovare le risorse è un fatto politico, non tecnico, per noi sarà la priorità in legge di bilancio: la Cig ha salvato nel 2020 mezzo milione di posti di lavoro. Non possiamo allargare il divario tra garantiti e non. La riforma deve colmarlo e la vera novità sta nel legame con le politiche attive del lavoro. Un conto sono i piccoli, che vanno tutelati, ma la grande distribuzione ha guadagnato tanto e in futuro subirà processi di ristrutturazione per l'e-commerce. Quindi è giusto che contribuisca a finanziare gli ammortizzatori sociali. Confindustria ha sempre condiviso questa battaglia, ora assistiamo a un cambio di linea sospetto». Vi siete sentiti poco difesi dal premier anche nel vostro duello con Bonomi su delocalizzazioni e licenziamenti? «No, Draghi è in sintonia con Orlando. Insieme hanno sottoscritto un accordo sui licenziamenti con sindacati e Confindustria, che raccoglieva un appello alla coesione del Pd. Bonomi invece di rivolgere attacchi scomposti a Orlando dovrebbe chiedere alle imprese di rispettarlo, perché diverse lo stanno tradendo. Ma noi non siamo interessati alla polemica, chiediamo un patto sulle politiche industriali. Piuttosto stupisce l'atteggiamento di Giorgetti...». Pensa abbia fatto finta di non saperne niente della legge contro le delocalizzazioni delle multinazionali? «Giorgetti, o non legge i giornali o non parla con la sua sottosegretaria Todde, alla quale ha delegato la partita delle crisi industriali, su cui dovrebbe metterci lui la faccia. Difendere la produzione in Italia sarebbe compito suo, se invece vuole consentire la pratica del "prendi soldi e scappa" lo dica». E Giorgetti è quello con cui andate più d'accordo...«Beh, allora mi faccia dire una cosa. Le dimissioni di Durigon aprono un tema sulla natura della destra italiana. Una destra estrema: sia nella Lega che in Fratelli d'Italia c'è un problema di nostalgia del ventennio fascista. I casi di Bignami e Durigon dovrebbero preoccupare i cosiddetti liberali. Salvini insegue la Meloni sul suo terreno e crea fibrillazioni nel governo. Se Giorgetti, Zaia e altri non condividono le posizioni di Salvini e davvero vogliono una Lega diversa, aprano una battaglia interna a viso aperto. Altrimenti è solo tattica. Chi condivide un orizzonte europeista ha il dovere di prendere le distanze da questa destra estremista». Parla di fibrillazioni nel governo: da mesi voi provate a spostarne l'asse a sinistra senza riuscirvi. O no? «Fin qui il governo ha seguito il suo mandato, su lotta alla pandemia e Pnrr. Sulla pandemia, ha preso schiaffi Salvini e la Sicilia è in zona gialla per colpa del governo regionale. Sul recovery plan la Lega non ha toccato palla. Il racconto di un governo spostato a destra è smentito dai fatti e dai sondaggi. Detto questo, Draghi è la migliore garanzia per l'Italia, in vista del negoziato sulle nuove regole europee che dovranno servire nei prossimi anni a fare politiche di sviluppo e coesione sociale. Nel "dopo Merkel" il suo prestigio sarà decisivo per riaffermare l'interesse nazionale ed evitare che questa svolta europea sia una parentesi come vogliono gli amici di Salvini e Meloni». Per questo vorreste che restasse a Palazzo chigi senza salire in febbraio al Colle? «I governi per lavorare bene non devono avere una scadenza. Ma sul tema del Quirinale, discuteremo quando sarà all'ordine del giorno. Ora c'è Mattarella su cui riponiamo tutta la nostra fiducia». Vedreste bene un bis? «Ne parleremo a tempo debito, è il modo migliore per rispettare la più alta istituzione repubblicana». Le amministrative saranno un primo test per l'alleanza Pd-M5s. Potrete contare sui 5stelle per i ballottaggi? «Ai ballottaggi ci si rivolge agli elettori. Io non ho mai parlato di alleanza strategica, almeno fino a quando i 5stelle dicono che non esistono destra e sinistra. Trovo la fine dell'era di Grillo e Casaleggio un fatto positivo per la democrazia. Con l'esperienza giallorossa, M5s ha avuto una svolta importante sui temi europei. Conte ha poi detto che vuole stare nel campo progressista. Noi chiediamo una scelta di campo e pretendiamo coerenza. Però da tutti. A Roma Azione e Italia Viva rischiano di fare un favore a Virginia Raggi e un regalo alla destra. Non lo permetteremo». --© RIPRODUZIONE RISERVATA