Fratelli d'Italia, l'Italia rispose La nascita della coscienza nazionale
L'anniversarioGianni OlivaÈ la data di nascita dell'Italia: ma sono pochissimi gli italiani che lo sanno. Il 17 marzo 1861 il Parlamento nazionale, riunito a Torino a Palazzo Carignano, approva un progetto di legge presentato dal capo del governo Camillo Cavour e composto da un articolo unico: «Il Re Vittorio Emanuele II assume per sé e suoi successori il titolo di Re d'Italia». È l'approdo di un percorso idealmente iniziato da secoli, ma realizzato grazie a fortunate contingenze internazionali solo nel biennio 1859-60.La spinta decisiva all'unificazione viene dall'alleanza tra i ceti emergenti della borghesia agraria, finanziaria e delle professioni e l'aristocrazia «imborghesita» (di cui proprio Cavour è il rappresentante più lucido), cui finisce per unirsi, seppur riluttante, la maggior parte della vecchia classe dominante. Per questi gruppi sociali, presenti in tutti gli Stati preunitari, la coscienza di essere nazione procede da un duplice interesse economico e politico: in primo luogo, si tratta di superare i precedenti Stati «patrimoniali» (patrimonio delle dinastie regnanti) per creare un ampio mercato nazionale, entro il quale sviluppare le proprie attività produttive e avviare la Penisola sulla strada di una moderna economia industriale; in secondo luogo, accedere a un ruolo di classe dirigente politica, sanzionando il trapasso dall'assolutismo al regime costituzionale. Per sviluppare il processo unitario questo blocco sociale ha tuttavia bisogno di affidarsi a una monarchia, sia perché la corona impersona istituzionalmente il ruolo dominante dell'aristocrazia «ancien régime», sia perché la copertura regia è garanzia di un percorso all'insegna dell'ordine e della legittimità, senza la turbativa di iniziative giacobine dal basso. Il compromesso avviene con la monarchia sabauda: Vittorio Emanuele II ha il merito di comprendere (unico tra i principi italiani) che le trasformazioni in atto sono irreversibili e che bisogna adeguarsi alla collaborazione con i liberali. Pur diffidando per tradizione e per cultura di ciò che limita l'autorità sovrana, egli capisce che il suo potere deve fondarsi su forze sociali vive: per questo presta ai ceti emergenti la propria corona per fare l'Italia e, in compenso, regna sullo Stato che viene creato.Su questa spinta di fondo si innestano le suggestioni artistiche: l'idea di «nazione», nata nelle esperienze delle repubbliche napoleoniche, alimenta la letteratura romantica di Manzoni o Berchet, il dibattito dei circoli intellettuali progressisti, le pubblicazioni clandestine degli anni della Restaurazione. Il successo clamoroso delle opere di Giuseppe Verdi testimonia una rapida maturazione del ceto medio in senso nazionale: l'invocazione della patria nel coro del Nabucco o le allusioni de I Lombardi alla prima crociata scatenano i teatri in manifestazioni di entusiasmo che dalla musica sconfinano nella politica. È un ideale antico, che a metà '800 entra nell'attualità dell'agenda internazionale e trova nella lucidità del Cavour lo statista all'altezza del compito.C'è però una terza componente a rendere possibile l'unificazione in tempi brevi, ed è l'iniziativa democratica di Garibaldi: se le guerre di indipendenza sono fatti elitari che coinvolgono la classe dirigente, la campagna dei Mille è invece condotta all'insegna di parole d'ordine che coniugano la libertà con l'uguaglianza, con la fine delle ingiustizie sociali, con la promessa della terra. Ed è proprio sul terreno dell'integrazione tra queste istanze popolari e il progetto della borghesia filosabauda che si manifestano i limiti del Risorgimento: subito orfana di Cavour (che muore il 6 giugno 1861, a meno di tre mesi dalla storica seduta del 17 marzo), la classe dirigente nazionale applica una politica di rigida centralizzazione, estendendo a tutto il Paese le leggi e l'organizzazione piemontese. Sordi alle voci che parlano di federalismo e di attenzione alle differenze storiche del Paese, i vari Ricasoli, Rattazzi, Farini, Minghetti, che si succedono alla guida del governo, impongono una «piemontesizzazione» a tappe forzate che delude le attese delle regioni meridionali e scatena una rivolta sociale camuffata dalla storiografia ufficiale sotto l'etichetta di «brigantaggio meridionale». La repressione, tra il 1861 e il 1865, comporta un numero di vittime superiore a quello delle tre guerre di indipendenza assommate, lasciando un'eredità di diffidenza e divisione.Impossibile, in quel contesto storico, pensare al 17 marzo come data unificante: è fatta l'Italia, realizzata come progressiva espansione del Regno di Sardegna, tanto che il Re mantiene la numerazione sabauda (siamo l'unico Paese al mondo ad avere il «primo» Re che si chiama già «secondo»); gli italiani sono ancora «da fare», hanno storie, tradizioni, costumi, dialetti, attitudini differenti. Non a caso il 17 marzo viene proclamata festa nazionale solo nel 1911, cinquant'anni dopo l'unificazione. --© RIPRODUZIONE RISERVATA