Dal paese ombroso il nostro canto comune Coro Bajolese, le note delle radici canavesane

borgofrancoFaccio in modo di arrivare a Bajo Dora a piedi per godermi d'infilata l'imbocco della valle. A destra la Serra che, vista da qui, in questo pomeriggio limpido d'inverno, ha la forma di un'onda anomala che milioni di anni fa qualcuno ha pietrificato con un incantesimo, un attimo prima che si rovesciasse sulla pianura. A sinistra la Cavallaria viene giù tanto ripida che qualche volta nei secoli è venuta giù per davvero, producendo maledizioni di fango e detriti. Ai suoi piedi Bajo Dora, già in ombra, i pochi tetti che sembrano gli scudi chiusi a testuggine di un piccolo esercito di uomini valorosi impegnati da sempre a tenere testa al gigante. E poi quello strano nome. Sulla rivista Canavese e Valle d'Aosta lo studioso di onomastica Pietro Massia nel 1910 scriveva: «È nome davvero unico in Italia. Il nostro toponimo Baio è fratello germano dei nomi locali di Lobàco, Opaco, Baco, qua e là dispersi per l'Italia bella, tutti indicanti positura a bacìo, a tramontana, cioè locus opacus (luogo ombroso). Se in Baio fu italianato e non in Baco, dobbiamo il fatto a un prezioso avanzo di pronuncia vernacolare canavesana: Bai». Chissà se c'è qualche relazione fra l'abitudine del borgo a resistere a ombre, frane, vento e la sua storica tradizione ribelle: i Bajolesi non rinunciarono ad alzare ogni Primo maggio l'albero della libertà nemmeno durante il fascismo; il Coro Bajolese ha sede in via dei Ribelli, così chiamata per la prossimità con la montagna alla quale salivano i partigiani; gli stessi partigiani che nel 1945 apposero il simbolo della falce e martello sulla fontana della piazza e che ancora oggi danno il nome a molte vie del paese. Attraverso lentamente il minuscolo centro e mi siedo su una panchina. Quello che sembra silenzio è invece il suono dei paesini di oggi, un po' pace un po' desolazione, l'odore dei boschi innevati cade dal monte e si mescola al fumo dei camini. Proprio qui dietro è iniziata l'avventura del Coro Bajolese e l'indagine etnologica guidata da Amerigo Vigliermo si è data una casa. La potenza di una visione: «Non si tratta di riscoprire un mondo arcadico pieno di belle favole, ma un mondo dotato di una sua cultura e una sua civiltà». Cinquant'anni di lavoro, tremila ore di canti e testimonianze orali acciuffate prima che volassero via, fotografie, spartiti che adesso sono patrimonio comune. Per fare che cosa? Alla fine degli anni Trenta Woody Guthrie, il più grande cantastorie americano, raggiunse New York con addosso la polvere dei tanti treni presi al volo ed ebbe una premonizione: «Camminando per Broadway ho pensato che questo Paese sta giungendo al punto in cui non riuscirà più a udire la sua stessa voce. Fluttueremo fra le ninne nanne di Broadway, un bicchiere di scotch e un cesso piastrellato». Camminiamo da novant'anni per Broadway anche noi tutti e non cantiamo più in coro, non abbiamo più niente da fischiettare di nostro. Chi eravamo? Chi siamo ancora, giù in fondo? Dove affonderemo le nostre radici quando sarà ora di crescere? Con le mani gelate, mi chiedo quale rilancio del Canavese possa partire senza tenere conto di mezzo secolo di indagine sulla sua cultura profonda, a che genere di persona pensiamo quando qua e là ripetiamo che occorre «rimettere la persona al centro della comunità e dell'impresa». C'è molto futuro posizionato sugli scaffali di ferro di via dei Ribelli, a saperlo vedere. La "docenza dell'innocenza" è il testimone che ci lasciano i nostri paesi e i nostri maestri, la disponibilità al sacrificio, la dedizione artigiana, l'ironia e l'umiltà che nascono dal corpo a corpo con la materia e con i capricci della propria ispirazione. La bellezza della fatica quando è affrontata per gli altri, il pudore a mostrarla. Più che di documenti si tratta di semi. Nessuno lo ha detto meglio dell'etnologo meridionalista Ernesto De Martino. «Solo chi ha un villaggio nella memoria - scrive - può avere un'esperienza cosmopolita». Per questo, mentre imbocco la via del ritorno, non sono preoccupato per Amerigo Vigliermo, per il Coro Bajolese, per il Cec (Centro etnologico canavesano), ma sono preoccupato per noi. E capisco meglio perché ho voluto cominciare il nostro viaggio proprio da qui, da questo locus opacus. Perché è il posto giusto da dove partire per ritrovare un canto comune, per ritrovare la tramontana. --marco peroni