La musica adesso si ribella «Dimenticati dal governo»

Piero Negri / milanoCi sono Levante, Ghemon, Manuel Agnelli, Diodato, Lodo Guenzi dello Stato Sociale, Gabrielli, Giò dei La Crus, Cosmo, Dente, Saturnino, distanziati ma uniti. E tanti tecnici, manager, uffici stampa, organizzatori, una rappresentanza della gente della musica, quella che lavora per mettere in piedi lo spettacolo. Tutti vestiti di nero, sotto il sole di Milano, il giorno 21 giugno a mezzogiorno in punto si fermano, disposti su quattro file ai piedi del Duomo, e lì rimangono, immobili, in silenzio per cinque minuti.È un flashmob, un tempo si sarebbe detto una protesta, per ricordare a tutti, soprattutto a chi guida il Paese, che la musica in Italia si è fermata e che nessuno sembra interessato a farla ripartire. Il mondo della musica, che la pandemia ha quasi completamente bloccato, è del tutto assente dai provvedimenti decisi dal governo, né ha trovato uno spazio, anche minimo, agli Stati generali. Ci dice Ghemon, a flashmob concluso: «Sento il dovere di esserci per onorare i sacrifici che ho fatto, e che hanno fatto i miei collaboratori, affinché il mio sogno diventasse il mio lavoro. Perché quello della musica è un lavoro, e va trattato come tale. Sta succedendo un fatto nuovo: persone che si incontravano solo ai festival si sono parlate per mesi senza personalismi, per la prima volta lavoriamo insieme. Questo è già un risultato, così come le proposte che abbiamo avanzato, che sono già sul tavolo della politica, proposte che non hanno colore partitico, che abbiamo consegnato al Parlamento». Qualcuno potrebbe fraintendere: pretendete di fare concerti senza limitazioni? «No, vorremmo, in questo limbo, avere una situazione di legalità e soprattutto avere incentivi per la ripartenza delle categorie più a rischio».Riecheggia un'espressione di importazione francese, lavoratori intermittenti, come sono quasi tutte le persone che si guadagnano da vivere con la musica: «C'è il grande rischio - dice ancora Ghemon - che molti saranno costretti a reinventarsi, in un momento in cui non abbonderanno le opportunità, qualcuno è già in una situazione di estrema difficoltà. Io sono il volto di un progetto e troverò la maniera di cavarmela, ma se penso ai miei tecnici, ai miei musicisti che non faranno con me quest'anno quaranta, cinquanta concerti... Per qualcuno significa non avere la possibilità di rialzarsi».Oggi, non solo in Italia, l'economia della musica si regge sulla musica dal vivo, un'attività che sembra condannata a ritrovarsi tra le ultime a ripartire. I concerti danno lavoro a tanti (le cifre più accreditate parlano di 400 mila persone nell'ambito strettamente musicale, su un milione e mezzo di lavoratori della cultura), per un valore di 100 miliardi di euro l'anno senza contare l'indotto, con il quale si arriva a 250 miliardi. Si tratta di un settore quasi sempre sottovalutato, anche per colpa di chi vi lavora. Un mondo di individualisti, forse un po' narcisisti, che il virus sembra avere cambiato. Nei giorni della pandemia è nato il coordinamento di lavoratori, artisti, imprenditori e professionisti "La Musica Che Gira" («Siamo la musica che gira nelle vostre cuffie e sui palchi. Siamo un motore che deve continuare a girare. Siamo la musica che ha deciso di voltare pagina») che ha organizzato il flashmob in piazza Duomo e che cerca il dialogo con le istituzioni.Intanto, sul fronte dei concerti estivi, la resistenza è come sempre praticata da una minoranza artisti. Tutti i grandi eventi sono stati cancellati e sono stati riprogrammati (Claudio Baglioni, Vasco Rossi, Andrea Bocelli, Il Volo, Venditti e De Gregori, Emma, Brunori Sas, Cesare Cremonini, Tiziano Ferro, Zucchero, solo per citare gli artisti italiani), pochissimi (Gianni Morandi, Max Gazzè, Diodato, Daniele Silvestri, Samuel) hanno accettato di rimanere sotto il limite dei mille spettatori e rimodulare i propri concerti. Sarà grazie a questo gruppetto di coraggiosi che la musica continuerà a girare in Italia, perfino nella terribile estate del 2020. --© RIPRODUZIONE RISERVATA