Morì per sfuggire allo stupro Accuse prescritte, caso chiuso
Marco GrassoGENOVA. Finisce con un colpo di spugna il processo per la morte di Martina Rossi, ventenne genovese precipitata da una camera di albergo a Palma di Maiorca, secondo la pubblica accusa e i giudici di primo grado mentre tentava di fuggire a uno stupro. Gli indagati, due giovani di Arezzo che aveva conosciuto durante la vacanza, erano stati condannati in primo grado per morte in conseguenza di altro reato, un'accusa che è estinta: «Tutto questo è insopportabile - commenta amaro Bruno Rossi, padre di Martina, che insieme alla moglie aveva portato a riaprire un caso archiviato dalla giustizia spagnola come un suicidio - un omicidio non si dovrebbe prescrivere, è una decisione impossibile da digerire».A dichiarare la prescrizione, ieri, è stata Angela Annese, presidente della sezione della Corte d'Appello di Firenze, nel corso dell'apertura del processo di secondo grado nei confronti di Luca Vanneschi e Alessandro Albertoni. Undici mesi fa erano stati condannati a sei anni di carcere, una pena che molto probabilmente verrà dimezzata. L'unico capo di imputazione rimasto riguarda la tentata violenza sessuale.I fatti risalgono alla notte del 3 agosto 2011. Martina viene ritrovata senza vita dopo un volo dal balcone della sua stanza all'hotel "Santa Ana". La polizia spagnola sente qualche testimone e archivia frettolosamente le indagini: la ragazza, dicono le autorità locali, si è tolta la vita. Una versione a cui i genitori non credono.È grazie alle indagini difensive, supportate dall'avvocato Stefano Savi, e alla Procura di Genova, se il caso viene riaperto in Italia. L'inchiesta si concentra su un gruppo di quattro ragazzi toscani. Due di loro, si scopre a poco a poco grazie ad altri testimoni presenti nell'albergo, si appartano con due dei ragazzi, Federico Basetti ed Enrico D'Antonio. Martina, per non disturbarli, finisce in un'altra camera, la 609, con gli altri toscani, Alessandro Albertoni e Luca Vanneschi. Qui, secondo l'accusa, subisce un tentativo di violenza sessuale. Prova a sfuggire dalla finestra, scivola e cade di sotto.A suffragare questa versione, sempre respinta dalle difese, ci sono le intercettazioni fuori dalla saletta degli interrogatori: i ragazzi provano a mettersi d'accordo, e raccontano agli altri di aver fornito un'altra versione, di non aver parlato di quello che, per gli inquirenti, è un chiaro riferimento a uno stupro. A questo si aggiunge una lunga serie di indizi, che ha convinto anche i giudici di primo grado. La sparizione dei pantaloncini e delle ciabatte. Gli occhiali, «fatti ritrovare perfettamente puliti». I «graffi sul collo di Albertoni, evidenti e perfettamente visibili». Per i giudici il racconto di Albertoni è semplicemente inverosimile. Martina tentò di oltrepassare il muretto divisorio posto «tra la camera 609 e la camera a fianco» ed era altrettanto «prevedibile che potesse cadere nel vuoto». La vittima «non aveva assunto sostanze stupefacenti né psicofarmaci come dimostrano le analisi tossicologiche fatte nell'immediatezza. Ed è esclusa con certezza la presenza di alcol nei tessuti».Tutto ciò, però, non potrà più essere discusso nel merito. Le accuse sono prescritte. L'inchiesta sulla morte di Martina si conclude senza colpevoli. -- BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI