1987, L'INVIATO E LE TASCHE PIENE DI GETTONI

di STEFANO TAMBURINI Ventisette anni e una manciata di giorni fa, personaggi oggi ancor giovani e forti come la pattinatrice Carolina Kostner, i calciatori Edinson Cavani, Giuseppe Rossi, la tennista Sara Errani, e il compianto campione delle moto Marco Simoncelli erano alle prese con culle e biberon. Mese di agosto, anno 1987, dunque non preistoria, anche se quello che sto per raccontarvi un po' lo sembra. Lo scenario estivo è quello di una bellissima isola, l'Elba. Alle 10,30 di martedì 25 scoppia quella che sarà ricordata come la rivolta al carcere di Porto Azzurro e che in realtà era un tentativo di evasione andato male orchestrato da sei ergastolani capeggiati da Mario Tuti, terrorista nero condannato per storiacce di lotta armata. Furono otto giorni che tennero con il fiato sospeso l'Italia intera, perché quell'evasione fallita o rivolta che dir si voglia si concretizzò nel sequestro di 34 persone, fra agenti di custodia, infermieri e altro personale del carcere, direttore compreso. Finì bene ma furono giorni drammatici, pesanti, fra minacce di far saltare tutto e trattative sotto traccia. In quei giorni ero con altre decine e decine di colleghi a raccontare tutto questo. Riuscimmo, noi dei giornali (all'epoca lavoravo per Il Tirreno), quelli delle radio e delle tv, a non far mancare un'informazione che è una a chi ci seguiva da casa. Niente internet, dunque niente social, niente macchine fotografiche digitali e neanche telefonini o personal computer. I cellulari – pochi, costosi e ingombranti – arriveranno solo tre anni più tardi; all'epoca solo i colleghi del Corriere della Sera ne avevano uno in auto (con autista, beati loro), prefisso 0333, ma era di quelli che non si potevano staccare e portare fuori. Le immagini tv erano affidate a enormi camion regia, arrivati lì faticosamente il giorno dopo. Seguivo la storia insieme con altri due inviati del giornale e con alcuni colleghi del posto, in attesa di un vero fotografo le prime immagini erano le nostre. Solo l'agenzia Ansa, dopo qualche giorno, aveva un camion per sviluppo e stampa sul posto e trasmissione via telefono. Grazie a una macchina che leggeva le immagini e le ricreava a distanza su carta speciale, ogni scatto – di bassa qualità – impiegava dieci minuti per arrivare dall'altra parte. Era la telefoto e pareva già un mezzo miracolo, mentre noi dovevamo mandare qualcuno in continente con il traghetto a portare i rullini. E per scrivere gli articoli non restavano che le vecchie macchine per scrivere, la sala stampa era improvvisata nella distesa di un bar che ci ospitava in cambio di consumazioni. Il rumore del ticchettio era una sorta di concerto che ci accompagnava dalle sette della sera in poi. E poi, tutti in coda – alle cabine telefoniche – a dettare ai dimafonisti, personaggi di un'epoca perduta che dall'altra parte registravano la nostra voce, con le parole più difficili scandite dai nomi di città delle iniziali (Ancona per la A, Livorno per la L, Roma per la R e la H era Hotel...). Erano loro a trascrivere i nostri articoli sul computer; alcuni erano speciali, nel senso che riuscivano a rimettere a posto (presto e bene) i servizi dettati "a braccio", cioè senza aver avuto il tempo di scriverli in precedenza. Subito dopo, il testo veniva ripassato da un collega e titolato, pronto per la stampa. Le tasche piene di gettoni telefonici erano un incubo. Si temeva che finissero da un momento all'altro, la stagione era nel pieno e i turisti erano concorrenti temibili nell'approvvigionamento. E poi c'era il problema dei contatti con il giornale: avevamo stabilito tre "fisse" durante la giornata. Uno di noi si faceva trovare all'ora prestabilita nel bar concordato, chiamava il condirettore o il caporedattore centrale. E chi rispondeva spiegava la situazione e illustrava i possibili servizi, anche degli altri. C'era anche il problema di non poter leggere le agenzie. Non che ci servissero per capire cosa stava accadendo ma era pur sempre un elemento di confronto. All'epoca uscivano ancora dalle telescriventi. Insomma, erano solo su carta e i fax erano molto rari e ingombranti; uno lo avevamo nella redazione di Portoferraio, dall'altra parte dell'isola. Al terzo giorno un colpo d'ingegno: ogni pomeriggio, dopo che la redazione aveva smaltito la maggior parte del materiale da trasmettere, veniva smontato e portato in auto lì a Porto Azzurro. A quel punto ci mancava solo una linea telefonica dove collegarlo. Ci accordammo con i colleghi dell'Unità: loro avevano "requisito" una sezione del Partito comunista, adibendola a redazione. «Noi portiamo il fax e le agenzie, voi ci mettete il telefono e ci ospitate». Funzionò benissimo, ci liberammo – almeno noi – dei gettoni, il fax serviva anche per trasmettere i servizi. Gli altri colleghi in coda alle cabine ci guardavano come marziani. E ci invidiavano un po'. Arte di arrangiarsi e innovazione cominciavano a correre parallele senza, almeno allora, distogliere lo sguardo dal compito principe: trovare notizie e poi altre notizie e altre ancora. Da trasmettere, a costo di riempire le tasche di gettoni. Oggi sembra davvero preistoria ma è su questo – e su tanto altro che c'è stato prima e dopo – che si poggiano le radici di un mestiere che avrà un futuro finché ci sarà chi avrà voglia di consumare scarpe per vedere, capire e raccontare. @s__tamburini ©RIPRODUZIONE RISERVATA