«Niente droga al nipote», assolto

di Mauro Giubellini wIVREA Ci sono voluti tre anni ed una difesa di tipo investigativo per arrivare alla verità giudiziaria: M.C., muratore cinquantenne residente a Chiaverano non ha iniziato il nipote minorenne all'uso di droga, non gliela ha mai ceduta, non l'ha minacciato e neppure ricattato. La sentenza di assoluzione perchè il fatto non sussiste è stata pronunciata giovedì mattina dai giudici riuniti in forma collegiale (presidente, Carlo Maria Garbellotto). I pubblici ministeri Lorenzo Boscagli e Chantal D'Amelio avevano chiesto una condanna esemplare: 6 anni e 3 mesi. M.C. esce dal processo (probabile il ricorso in appello da parte della Procura) con una condanna a 4 mesi per detenzione ilegale di cartucce da arma da guerra, proiettili rinvenuti durante una perquisizione nella sua abitazione. La storia affonda le sue radici in una storia familiare in cui i rapporti, che per anni sono stati sereni e pacifici, sono degenerati quando il nipote di M.C. viene scoperto dalla mamma in possesso di alcuni spinelli. Il ragazzino scarica la responsabilità sullo zio indicandolo non solo come la persona che gli ha ceduto l'hashish, ma anche colui che lo ha instradato al consumo dello stupefacente. Non solo. L'adolescente ha raccontato ai carabinieri di minacce, di accuse per della cocaina sottratta allo zio e della richiesta di denaro (1.500 euro). Dopo aver raccolto la denuncia i militari fanno un blitz nel cascinale in cui abita l'uomo e lo setacciano centimetro per centimetro. Stanza per stanza. Smontano persino un forno a legna. Di droga neppure l'ombra. Da un ripostiglio per attrezzi saltano fuori cinque cartucce. Poi il confronto scontro tra M.C. e i genitori del suo giovane accusatore. Volano insulti e qualche ceffone con il muratore che giura e spergiura di non aver mai dato droga al nipote. Durante il processo, l'avvocato difensore, Ferdinando Ferrero cala tre jolly: prima fa cadere in palese contraddizione alcuni testimoni, poi cita una telefonata in cui il ragazzino chiede scusa per quanto affermato, facendo intendere di aver artefatto la realtà e poi dimostra che la mamma del minore era già stata condannata tempo prima per calunnia. «È stato molto difficile smontare le tesi accusatorie - afferma l'avvocato Ferdinando Ferrero - la situazione era complessa. Ogni singola accusa è stata sezionata. La richiesta di denaro, ad esempio. C'è stata. Ma era relativa alla sparizione di due coltelli da collezione che M.C. imputava al nipote». La situazione che all'inizio del procedimento penale appariva lineare si è, udienza dopo udienza, arricchita di nuovi particolari e qualche colpo di scena. «Non posso che essere soddisfatto dell'esito ma attendo di leggere le motivazioni - puntualizza Ferdinando Ferrero - Per tre anni però il mio cliente ha vissuto in una situazione devastante dal punto di vista psicologico e ne ha patito anche fisicamente».