Renzi: «Senza riforme ci sarà voto anticipato»

di Gabriele Rizzardi wROMA L'orizzonte del governo è quello della scadenza naturale, ovvero il 2018. Ma, attenzione, perché se il Parlamento si dimostrasse incapace di fare le riforme l'unica alternativa sarebbe il voto anticipato. L'aut aut a quella parte di Forza Italia che chiede al Cavaliere di fare una vera opposizione e alla minoranza del Pd che contesta il jobs act e difende l'articolo18 parte da Camera e Senato, dove Matteo Renzi spiega che i programmi e i provvedimenti contenuti nel "Mille giorni" non sono un «rallentamento» ma «L'ultima chance» e aggiunge: «Se perdiamo, non perde il governo ma l'Italia». In 45 minuti, tanto dura il discorso letto prima a Montecirorio e poi a Palazzo Madama, il premier rivendica il lavoro fatto, rifila un paio di "schiaffi" ai magistrati e ai rigoristi europei, e tende la mano a Forza Italia su giustizia, lavoro e fisco. Ma il messaggio politicamente più significativo è quello che riguarda la vita del governo. Matteo Renzi sa che in questo momento l'Italia è sotto esame per la sua performance economica, e sa anche che a Bruxelles contano di vedere presto realizzato il programma di riforme. Riforme che potranno essere approvate solo con un largo consenso in Parlamento, dove in questo momento non si riesce neppure ad eleggere i due giudici della Consulta. Come uscirne? Renzi teme il peggio, cambia strategia e per la prima volta agita lo spauracchio delle elezioni anticipate. E lo fa soprattutto a Palazzo Madama, dove i senatori sanno che, grazie alla riforma istituzionale, per loro non ci sarà un altro "giro". Partendo dal presupposto che andare al voto anticipato al Pd converrebbe, il premier spiega che «prima viene l'interesse del Paese» e poi aggiunge che si potrà arrivare fino al 2018 solo se il Parlamento sarà nelle condizioni di inserire la marcia giusta: «Noi non abbiamo paura né del giudizio degli italiani né del corpo a corpo serrato. Si arriva al 2018 a condizione di mettere in campo le riforme necessarie come fisco, giustizia, lavoro, questione educativa, riforme istituzionali e legge elettorale». Il Paese si deve preparare a nuove elezioni? Il presidente del Consiglio cade dalle nuvole e allarga le braccia: «Adesso vedo che di tutto quello che ho detto il titolo è "andiamo alle elezioni". Invece non è assolutamente così...». Renzi, insomma, mette in gioco se stesso per riuscire a realizzare le riforme. E sul jobs act, che fa storcere il naso a mezzo Pd, arriva a dire che se il Parlamento perderà tempo, il governo sceglierà la strada dei «provvedimenti d'urgenza» cioè i decreti. Nella presentazione dei "Mille giorni" si parla anche di legge elettorale. Una riforma che Renzi vuole «subito» non per andare al voto anticipato ma per una questione di «dignità». E si passa alla giustizia. Il premier dice di voler «cancellare il violento scontro ideologico del passato» e non perde occasione per lanciare una freccia avvelenata contro i giudici. L'occasione è offerta dall'iscrizione nel registro degli indagati dell'amministratore delegato dell'Eni Descalzi per il caso delle tangenti in Nigeria ma anche dai casi di Bonaccini e Richetti, indagati per le spese pazze in Emilia Romagna. «Noi non consentiamo che avvisi di garanzia più o meno citofonati ai giornali, consentano di cambiare la politica aziendale in questo Paese». Ma ce n'è anche per le ferie delle toghe. «Non c'è nessuno qui fuori che pensi che sia giusto che ci siano 45 giorni di chiusura dei tribunali». La risposta dei giudici non si fa attendere. L'Anm è durissima: «Nessuna interferenza sulle politiche aziendali. L'iscrizione nel registro degli indagati è un preciso dovere della procura. E rifiutiamo che la responsabilità della strumentalizzazione spetti alla magistratura». Il Csm, invece, fa sapere che presto ci sarà un «parere» sul taglio delle ferie previsto dal decreto. Ma contestare il premier sono anche Renato Brunetta (Fi) che parla di «aria fritta» e Andrea Cecconi (M5S) che vede solo una «inutile pagliacciata». ©RIPRODUZIONE RISERVATA