Siria, oggi all'Onu il rapporto sui gas Contatti Usa-Iran
di Maria Rosa Tomasello wROMA Il rapporto degli ispettori Onu incaricati di indagare sull'uso di armi chimiche in Siria sarà reso noto oggi al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Anticipato dalle clamorose accuse lanciate contro il presidente Bashar al-Assad dal segretario generale Ban Ki-moon mentre pensava di non essere registrato («Assad è colpevole di numerosi crimini contro l'umanità, sono sicuro che ci sarà un processo per accertare le sue responsabilità quando tutto sarà finito»), il dossier farà con ogni probabilità solo parziale chiarezza su cosa è accaduto il 21 agosto alle porte di Damasco, quando 1400 persone furono uccise con un lancio di gas. Il team guidato da Ake Sellstrom, infatti, secondo anticipazioni della Casa Bianca, potrebbe non essere riuscito a identificare con ragionevole certezza gli autori della strage. È per questo che gli americani non allentano la pressione sul regime, che definisce l'accordo per il disarmo chimico siglato tra Usa e Russia, sabato, a Ginevra «una vittoria della Siria» che ha permesso di evitare la guerra. «La minaccia di un attacco rimane reale» ha ricordato ieri il segretario di Stato John Kerry da Gerusalemme, dove ha incontrato il premier israeliano Benjamin Netanyahu. «Non si possono usare parole a vuoto nella gestione degli affari internazionali» ha detto, nel giorno in cui il presidente Barack Obama, intervistato dalla Abc, ha rivelato di avere avuto uno scambio di lettere sulla crisi siriana con il presidente iraniano Hassan Rohani. Un evento in qualche modo storico: non è la prima volta che un presidente americano o un leader iraniano scrivono l'uno all'altro, ma è la prima volta che la controparte risponde. «La minaccia contro Israele rappresentata da un Iran nucleare è molto più vicina ai nostri interessi più stretti – ha ricordato Obama – credo che gli iraniani abbiano capito che non devono pensare che, poiché non abbiamo colpito la Siria, non colpiremo l'Iran». Obama ha escluso che dietro gli attacchi con i gas in Siria ci siano i ribelli, come ipotizzato dalla Russia: «Nessuno al mondo ci crede», ha ripetuto, e ha difeso la sua gestione della crisi, sottolineando che la linea della Casa Bianca ha costretto Assad ad accettare la distruzione del suo arsenale chimico. Per Damasco i fatti stanno diversamente. «L'accordo è una vittoria della Siria conquistata grazie a nostri amici russi – ha commentato il ministro Ali Haidar – e ci permetterà di evitare la guerra avendo privato di argomenti coloro che volevano lanciarla». Il regime, ha dichiarato il ministro dell'Informazione Omran al-Zoubi, «rispetterà qualsiasi indicazione verrà dall'Onu: accettiamo il piano russo, stiamo preparando la lista di siti e armi». Ma secondo l'opposizione, che due giorni fa aveva bocciato l'intesa, lo stop alle armi chimiche non basta davanti ai 110 mila morti della guerra. È necessario fermare anche le armi convenzionali: «Il bando ai gas si estenda anche ai missili balistici e ai bombardamenti aerei sulle zone abitate» ha chiesto la Coalizione nazionale siriana, mettendo in guardia da possibili trappole di Assad. «Non bisogna permettere che l'adesione del regime alla Convenzione sulle armi chimiche diventi un alibi per continuare a massacrare il popolo e rimanere impunito». Uno scetticismo a cui fa eco quello della Turchia: «Il regime non deve sfruttare l'accordo per guadagnare tempo allo scopo di commettere altri massacri» ha ammonito Ankara. Netanyahu si è detto cauto («solo i fatti contano») e ha auspicato «una completa distruzione dell'arsenale chimico», sottolineando che «la diplomazia ha speranze di successo quando è sostenuta da una minaccia militare credibile». «Bene l'accordo – ha commentato il segretario generale della Lega araba Nabil el Araby – ma adesso facciamo appello perché attraverso il Consiglio di sicurezza si arrivi a un cessate il fuoco globale». Anche la Cina ha "benedetto" il patto Usa-Russia: «Apre a una soluzione con mezzi pacifici». Il tour diplomatico di Kerry continua: oggi a Parigi vedrà i colleghi francese, Laurent Fabius, inglese, William Hague, e il ministro degli Esteri turco Ahmet Davutoglu. ©RIPRODUZIONE RISERVATA