Senza Titolo

di Maria Berlinguer wROMA Nessun governissimo con Berlusconi, ma prove di dialogo con il Movimento 5 Stelle. Ventisei ore dopo il verdetto delle urne Pier Luigi Bersani ammette la sconfitta e prova a lanciare a livello nazionale il modello Crocetta proponendo alla pattuglia grillina un programma «essenziale» di riforme da approvare insieme in Parlamento. Accetterà l'offerta Grillo? E' presto per dirlo. Certo qualche segnale è arrivato già ieri. «Il modello Sicilia è meraviglioso», ha detto il «comico» genovese. Ma è soprattutto Dario Fo ad aprire a future alleanze con i democratici, «So che lui ci sta», ha detto il Nobel che Grillo vorrebbe candidare al Quirinale. «Naturalmente bisognerà vedere se troverà la disponibilità all'ascolto delle sue posizioni, sarà comunque un bell'incontro-scontro», ha aggiunto. La delusione per un risultato inatteso gli si legge in volto quando Bersani arriva nella sala stampa dell'Acquario di Roma, dove i demiocrat speravano di festeggiare la vittoria. E il segretario del Pd non si nasconde dietro giri di parole. «E' chiaro che chi non riesce a garantire la governabilità non può dire di aver vinto. Non abbiamo vinto anche se siamo arrivati primi e questa è la nostra delusione», ammette. La strada maestra l'ha delineata in una riunione ristretta con il vertice del partito, nelle stesse ore in cui Silvio Berlusconi lasciava intendere di essere pronto a lavorare a un governo di scopo. Ma prima ancora di pensare a come uscire da una situazione che a botta calda ha definito «delicatissima», Bersani ha voluto provare a fare l'analisi del voto. Due sono «gli elementi di fondo» che hanno determinato le scelte degli italiani. Il primo è la crisi economica, «la più grave dal dopoguerra ad oggi, il secondo è la disoccupazione giovanile». Ma soprattutto visto che «non è l'ora della diplomazia», Bersani dice che c'è stato «un rifiuto della politica così come si presenta in questi anni, di istituzioni inefficaci e di una politica che è apparsa moralmente non credibile». Ora il pallino sembra nelle mani del Pd, nel senso che toccherà a Bersani in prima battuta provare a formare un governo. Per questo il segretario del Pd mette sul piatto i temi irrinunciabili cari anche ai 5 Stelle: riforme istituzionali, a partire da quella della politica «e dei suoi costi» insieme a una legge sui partiti e sulla loro moralità. Un programma essenziale sul quale il Pd non cerca di costruire «alleanze a tavolino», ma sul quale chiede ai neo eletti di prendersi «le proprie responsabilità in Parlamento». «Noi consegneremo al presidente della Repubblica le nostre impressioni e valutazioni, e alla fine sarà lui a dire chi è in grado di poter formare un governo in questo passaggio difficile». Esclusa invece l'ipotesi di un governissimo con il centrodestra. «Noi ci rivolgeremo al Parlamento», spiega rivolto al Pdl «ci confronteremo ma non penso che atteggiamenti diplomatici corrispondano al cambiamento che dicevo, dobbiamo ribaltare lo schema, non credo che il Paese tolleri balletti di diplomazia. Si riposassero». Ma è su Grillo che si concentrano le speranze di non tornare alle urne. «Ora è lui che ci deve dire cosa vuol fare», chiede Bersani, aprendo anche alla possibilità di concedere a un grillino la poltrona di presidente di Montecitorio o Palazzo Madama. «Aspettiamo l'insediamento del Parlamento ma ci saranno possibiltà istituzionali, io sono favorevole alla corresponsabilità», dice Bersani. Quanto all'agenda Grillo chiarisce: «Certamente un'italia che si staccasse dall'Europa sarebbe un disastro, questa è matematica, non è un'opinione altro discorso è chiedere una rivisitazione della politica economica». Ma l'amarezza resta. Il Pd avrebbe vinto se avesse corso Matteo Renzi? «Io più che fare le primarie e far scegliere tre milioni di persone non so cosa potessi fare», risponde Bersani. Il segretario inoltre smentisce le voci di sue dimissioni. «Non sono uno che abbandona la nave», dice rinviando la questione al prossimo congresso nel 2013. ©RIPRODUZIONE RISERVATA