Monti: «L'Italia rischiava di deragliare»
di Gabriele Rizzardi wROMA «Abbiamo chiesto molti sacrifici perché era ben chiaro che non ci sarebbero stati i soldi per pagare gli stipendi e le pensioni. Inseguivamo la Grecia a tre mesi di distanza...». Con i consueti toni pacati ma con l'espressione grave di chi ha chiesto molto e ora sa che deve farsi perdonare, Mario Monti si presenta negli studi di Porta Porta per spiegare agli italiani le ragioni che lo hanno spinto a chiedere tanti sacrifici. Il presidente del Consiglio non esclude la possibilità di blindare la manovra con il voto di fiducia («E' prematuro chiederlo adesso»), ricorda di essere salito su «un treno in corsa che stava per deragliare» e, incalzato dalle domande di Bruno Vespa, ammette che chiedere il contributo ai pensionati è stata la cosa che lo ha fatto soffrire di più. «A quel punto ho capito che bisognava chiamare a contribuire anche quelli dello scudo fiscale» spiega il premier, che teme in Parlamento il solito assalto alla diligenza e dice chiaro e tondo che per quanto riguarda la riforma delle pensioni e la casa le possibilità di introdurre modifiche sono ridotte al minimo. «Il margine di flessibilità è pochissimo» avverte il Professore, che non vede all'orizzonte un aumento delle aliquote Irpef («Non faremo marcia indietro») e assicura che in Parlamento starà con occhi e orecchie «spalancate». Quanto ai giovani e al lavoro che manca, la promessa è quella di riuscire a coniugare flessibilità e sicurezza: «Il mercato del lavoro sarà il nostro prossimo cantiere e la concertazione sarà essenziale». Le spiegazioni di Monti arrivano al termine di una giornata che si apre con la firma di Giorgio Napolitano al decreto salva-Italia. «Le misure per rimettere in sesto i conti pubblici arrivano giusto in tempo per evitare sviluppi catastrofici» spiega il capo dello Stato, che ricorda le difficoltà del bilancio pubblico dei primi anni post-unitari, cita Quintino Sella e si dice convinto che, come avvenne nel 1875, l'Italia anche oggi saprà centrare il pareggio di bilancio. «Abbiamo di fronte un compito duro, ma sono convinto che tutti insieme riusciremo a farcela con senso di giustizia, responsabilità e sacrifici». Soddisfatto per il lavoro svolto e per aver affidato a Monti l'incarico di formare il governo («Una scelta che apre uno spiraglio migliore per il paese»), il presidente della Repubblica ricorda che in cambio dei sacrifici richiesti gli italiani «acquisteranno una ritrovata autorevolezza in Europa» e, senza mai nominarlo, fa capire che il governo Berlusconi ha preso troppo tempo: «Quando certe riforme, certe misure arrivano in ritardo è maggiore l'impatto di insoddisfazione». Il grosso è fatto ma al Quirinale c'è la consapevolezza che adesso si apre forse il passaggio più delicato. Dopo la firma, le misure anti-crisi dovranno essere approvate dal Parlamento. E al Colle non sfuggono i distinguo dei partiti e i continui riferimenti al voto di fiducia, chiesto da Berlusconi come condizione per votare il decreto ma non rifiutato da Bersani, che punta ad emendare il testo. Monti blinderà la manovra? Tutto dipenderà dal numero e dalla incisività degli emendamenti. Per presentarli c'è tempo fino a venerdì prossimo poi, a partire da martedì 13 dicembre, la partita si giocherà nell'aula di Montecitorio. Gianfranco Fini assicura che il via libera definitivo ci sarà «prima della pausa natalizia». Ma la tensione tra i partiti che appoggiano il governo cresce di ora in ora. Silvio Berlusconi chiede a Monti di tenere nella massima considerazione le richieste di modifica del Pdl. Bersani, invece, non nasconde la sua preoccupazione per una manovra che definisce «durissima» e insiste: «La vorremmo più equa». ©RIPRODUZIONE RISERVATA