La smorfia incredula il biglietto misterioso la disfatta di Silvio

di Maria Berlinguer wROMA «Quant'è? Quant'è?». Silvio Berlusconi non è riuscito a sentire l'esito della votazione sul Rendiconto appena letta in aula da Gianfranco Fini e chiede a Roberto Maroni come è finita la conta. «308, 308», gli spiega il ministro dell'Interno che a ulteriore domanda del premier sul che fare replica secco: dimissioni. E' a questo punto che il mondo gli crolla addosso. Lo sguardo è vitreo, fisso verso l'alto. Bossi, seduto accanto a lui, gli sussurra qualcosa ma il Cavaliere non ascolta. E' altrove. In aula sta parlando a nome di tutte le opposizioni Pier Luigi Bersani. Il Senatur gli mette una mano sulla spalla. Ma niente lo scuote. Lo choc è davvero grande, soprattutto perchè inaspettato. Fino all'ultimo il premier è stato certo di sfangarla ancora una volta. Ha trattato con i dissidenti, minacciato, lusingato chi lo aveva appena lasciato al suo destino. A Montecitorio è arrivato in ritardo. In tempo per vedere Gabriella Carlucci e Ida d'Ippolito che con noncuranza salgono nei banchi dell'Udc. Berlusconi non le degna di uno sguardo. E' ancora sicuro che la sua maggioranza si attesterà intorno ai 316 deputati. Invece la conta non lascia spazi: sono undici i traditori. Il Cavaliere controlla i tabulati, vuole sapere chi ha avuto il coraggio di voltargli le spalle. Antonioni, Gava, Destro, Mannino, Pittelli, Sardelli Stagno, Versace, etc. «Ero alla toilette, altrimenti avrei votato sì», si affretta a precisare l'ex direttore del Secolo d'Italia, Gennaro Malgeri dal suo scranno. Il capo del governo apre una cartellina azzurra. Su un foglietto bianco, immortalato dal fotografo dell'Ansa, annota sette righe. «308, -8 (traditori), ribaltone, voto, prende atto, presidente della Repubblica, rassegna le dimissioni, una soluzione». I fedelissimi si stringono attorno al capo. Scilipoti è affranto. A Montecitorio riappare anche Daniela Santanchè. «Miracolati, gente che senza di me non era nulla», si sfoga il Cavaliere. «Mi hanno tradito ma questi dove credono di andare?», aggiunge. I fedelissimi annuiscono. Anche tra loro però comincia a soffiare il vento del dubbio. Si dice che la bella Laura Ravetto starebbe per abbandonare la nave che affonda. Roberto Formigoni, da tempo in rotta con il premier, avrebbe persino mandato un sms all'Udc Roberto Rao per esultare per il voto: «Era ora!». E' un Berlusconi mai visto quello che ha convocato un minivertice dei suoi subito dopo il voto nella sala del governo a Montecitorio. Andrà da Napolitano ma è ancora deciso a non mollare. Vuole dare ancora le carte del gioco, spera di essere lui a portare l'Italia al voto. Al diavolo gli spread e la borsa. Arriva però il colpo di grazia. Anche Umberto Bossi lo spinge a gettare la spugna. Quando sale al Colle il Cavaliere appare improvvisamente invecchiato. E' stanco del resto. La giornata di lunedì è stata davvero lunga. Domenica notte il vertice a palazzo Grazioli con Verdini, Letta, Alfano, Gasparri e Cicchitto. In mattinata il volo ad Arcore per un consiglio di guerra con Marina e Fedele Confalonieri. Rientrato a Roma ancora un vertice con i fedelissimi per fare la conta e cercare di recuperare gli indecisi. La notte è ancora giovane per il premier. E' passata da poco la mezzanotte quando una Smart varca il cancello della residenza romana del premier. La sorveglianza saluta con deferenza e l'auto s'infila nel parcheggio presidenziale. La vettura, svela Dagospia, è intestata a Francesca Pascale, l'ex velina di Telecafone, fondatrice del club «Silvio ci manchi». E' la ragazza a lungo indicata come "fidanzata" del premier, eletta al consiglio comunale di Napoli nel Pdl. La Smart ha lasciato palazzo Grazioli alle dieci del mattino successivo. Ieri sera però, oltre a Wall Street, festeggiava anche il web dove impazzava la battuta di Silvio per la fine di Gheddafi: «Sic transit gloria mundi» ©RIPRODUZIONE RISERVATA