Stabilità e petrolio, è partita la corsa delle diplomazie
di Paolo Carletti wROMA Le cancellerie europee febbrilmente al lavoro in una corsa contro il tempo per ottenere un posto in prima fila al tavolo della ricostruzione. Intanto l'obiettivo prioritario è quello di evitare una "balcanizzazione" del Paese, o per dirla con le parole del generale Camporini, ex Capo di Stato Maggiore, «uno scenario tipo Somalia». Gli alleati occidentali che hanno attivamente partecipato alle incursioni sulla Libia – Francia, Gran Bretagna, Usa, Canada e naturalmente Italia – sembrano però andare in ordine sparso con idee ancora confuse sulle strategie. L'Italia ha «mosso» per prima, con l'arrivo in Italia nei giorni scorsi dell'ex numero due del regime Abdelsalam Jalloud, da anni posto ai margini da Gheddafi ma ancora con un ampio seguito in Libia. Averlo sfilato al regime di Tripoli, secondo molti osservatori anche internazionali, ha assestato un duro colpo al Raìs. Lo stesso Sarkozy, che per primo attaccò in Libia, e che ha sempre cercato in questi mesi di fare della Francia il faro dell'alleanza dei Volenterosi, pare che sia rimasto spiazzato dall'iniziativa della Farnesina. E giovedì – a meno di cambiamenti di programma – il premier Silvio Berlusconi incontrerà a Roma il Primo ministro del Consiglio nazionale transitorio Mahmud Jibril. Italia che si è piazzata in prima linea dunque, e il ministro degli esteri Frattini gongola. Soprattutto alla luce, per esempio, delle accuse che la Merkel deve subire in Germania per essersi opposta inizialmente all'intervento in Libia, e non aver poi aderito alla coalizione. Gli interessi in ballo sono enormi. In Libia ci sono impianti petroliferi dei maggiori stati europei. Così la Germania sta tentando di rientrare sulla scacchiera. Ieri il ministro degli Esteri Westerwelle ha detto che «a New York lavoriamo per una nuova risoluzione del Consiglio di sicurezza dell'Onu affinché gli asset di questo paese congelati all'estero siano sbloccati». Una risoluzione Onu che sarà possibile però solo quando il quadro bellico sarà definitivamente chiarito. Per questo una missione dell'Unione europea è pronta a partire per Tripoli. «Anche domani se le condizioni di sicurezza lo consentono» riferivano ieri fonti di Bruxelles. La missione sarà guidata da Agostino Miozzo, responsabile per la gestione della crisi nel Servizio diplomatico europeo. E l'Alto rappresentante per la politica estera Ue, Catherine Ashton, ha indicato come priorità per il dopo-Gheddafi la rimozione delle sanzioni e lo scongelamento delle risorse e dei beni libici bloccati in paesi terzi (valore circa 37 miliardi di dollari). Misura indispensabile per far ripartire l'economia libica, ma anche le aziende europee presenti in massa e che aspettano solo di rimettere in moto pozzi di petrolio, aziende di trasformazione, impianti di estrazione del gas. Per fare questo c'è bisogno della definitiva sconfitta di Gheddafi e della stabilizzazione del potere politico in Libia. Sul secondo punto ci sono molti timori. Il generale Camporini, in un lungo intervento all'Ansa, afferma che il Consiglio di transizione è una formazione estremamente eterogenea, «cementata solo dall'opposizione a Gheddafi e minata da lotte intestine». Arrivare a formare un governo in questa situazione, secondo l'ex Capo di Stato Maggiore, è missione impossibile. Frattini ha dalla sua la carta Jalloud: «Può essere uno dei protagonisti per la transizione verso la nuova Libia» dice. Aggiungendo che «Gheddafi deve essere processato all'Aja». Ma la Francia non sta a guardare e procede a braccetto con gli Stati Uniti. In una dichiarazione congiunta Sarkozy e Obama hanno annunciato che presto a Parigi si terrà una conferenza internazionale di sostegno alla Libia. Si tratta per ora solo di una proposta, ma difficile da rifiutare per gli alleati. Finita (quasi) una guerra, dunque, se ne apre un'altra. Incruenta, diplomatica, ma soprattutto economica. ©RIPRODUZIONE RISERVATA