I tormenti di Zaia dopo la batosta Il presidente stretto tra base e segreteria

il raccontoFilippo TosattoL'insonnia cronica compagna di una notte agitata, numeri che scorrono, chiamate concitate. A San Vendemiano l'alba sorprende Luca Zaia sul divano di casa, tivù silenziata, la bulldog Caterina che sonnecchia, i messaggi ammonticchiati. Si temeva la tempesta, è arrivato un twister capace di radere al suolo certezze decennali. È il paradiso perduto del leghismo. «Il voto degli elettori va rispettato, perché, come diceva Rousseau nel suo contratto sociale, il popolo ti delega a rappresentarlo e quando non lo rappresenti più ti toglie la delega», la premessa un po' trita.L'entità del crollo, tuttavia, non consente divagazioni e innesca un giudizio tagliente: «È innegabile che il risultato ottenuto dalla Lega sia assolutamente deludente, e non ci possiamo omologare a questo trovando semplici giustificazioni, è un momento delicato per noi ed è bene affrontarlo con serietà perché è fondamentale capire fino in fondo quali aspetti hanno portato l'elettore a scegliere diversamente».Decriptato, il messaggio allude ad una circostanza ancor più inquietante del raggelante dato percentuale: l'abbandono del perimetro federalista e popolare in favore di una destra a vocazione capitolina e statalista, plebiscitata da ampie sociali disilluse del Carroccio. Non un flusso ordinario di consensi ma un mutamento di rotta politica per molti versi epocale. Che investe il dossier cruciale di Palazzo Balbi e induce il governatore - unico tra gli esponenti di rilievo nazionale del Carroccio - ad alzare i toni: «Per noi l'autonomia resta un caposaldo sul quale non transigeremo minimamente nei rapporti con il prossimo Governo; questo nel rispetto degli oltre 2,2 milioni di veneti che legittimamente e democraticamente sono andati a votare il referendum, inclusi gli elettori leghisti che hanno sempre sostenuto convintamente questa partita, interpretando il loro voto come un consenso in difesa dell'identità del nostro Veneto». Sussurri e grida, veleni e scambi d'accuse. Matteo Salvini contrappone la generosità dei militanti alla malafede degli eletti "lautamente stipendiati che seminano zizzania" e imputa la sconfitta alla partecipazione al governo Draghi, ascrivendola tacitamente all'ala aperturista di Zaia, Giorgetti e Fedriga...Eccesso di responsabilità o, per converso, scarsa affidabilità del leader? «Beh, non è irrilevante l'aumento dell'astensionismo, una variante che potrebbe offrire un'ulteriore lettura del nostro risultato», si inerpica il governatore «proprio per questo motivo l'analisi da fare non può essere liquidata con letture banali, è doveroso che siano ascoltate le posizioni, anche le più critiche, espresse dai nostri militanti. L'obiettivo dovrà essere un chiarimento per non lasciare nulla di inesplorato». Acrobazie. Stretto tra l'incudine del lealismo al malconcio Capitano e il martello dei "disobbedienti" (Gianantonio Da Re, Roberto "bulldog" Marcato, Gianpaolo Bottacin, Marcello Bano) che invocano una radicale discontinuità e denunciano la sospensione del confronto democratico nel partito, Zaia esclude rimpasti "compensativi" nella giunta regionale ma è atteso ad un bivio difficilmente eludibile. Assecondare le spinte al cambiamento benedicendo la cordata congressuale alternativa al segretario federale - «Ma io non ho ambizioni romane e non sarò il sicario di Salvini», ripete nervosamente in queste ore - oppure barattare la pax interna con la sospirata corsia preferenziale all'autonomia differenziata. Certo, il traguardo richiederà anzitutto il sostegno della premier in pectore Meloni... «Giorgia? Siamo stati ministri insieme nel governo Berlusconi-Bossi. La conosco, la conosco», chiosa. Qualunque cosa ciò significhi. --© RIPRODUZIONE RISERVATA