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Marco FilippiAveva accumulato una fortuna grazie alla sua attività di imprenditore nel ramo delle fonderie di ferro e ghisa e avrebbe potuto godersi la pensione in tranquillità. Peccato che con la vecchiaia il suo stato psico-fisico sia progressivamente deteriorato e all'età di 80 anni fosse ormai già compromesso a causa di una "ridotta capacità critica e volitiva". Per chi lo avesse avvicinato con cattive intenzioni e avesse fatto leva sul suo pallino per gli affari, sarebbe stato quasi un gioco da ragazzi raggirarlo. E, purtroppo, secondo un'inchiesta della procura, così è stato per un imprenditore trevigiano, classe 1934, che, senza accorgersi, ha visto volatilizzarsi gran parte delle suo patrimonio. Oltre mezzo milione di euro, la cifra quantificata dalla procura. Due milioni di euro, secondo la famiglia. Sarà necessario un processo per stabilire l'esatta cifra e le eventuali responsabilità. Quello che è certo è che la procura ha chiuso un'indagine per circonvenzione d'incapace e accusa tre persone di esserne i responsabili. Si tratta di Claudio Z., 68 anni di Giavera del Montello (difeso dall'avvocato Guido Galletti), Dario F., 67 anni (avvocato Mariastella Mazzon) e Gabriele B., 53 anni di Salgareda (avvocato Francesco Santini). Sulla carta, rischiano una condanna da 2 a 6 anni, ma siamo solo alla fase iniziale del processo. L'udienza preliminare è già stata fissata per i prossimi giorni.Il raggiro inizia nell'aprile del 2015 e si protrae fino al luglio del 2018. Dalle carte dell'inchiesta, chi assume il ruolo primario nella vicenda sembra essere Claudio Z., che dopo aver ricevuto dall'anziano imprenditore una serie di assegni circolari per quasi 80.000 euro costituisce a maggio 2015 una società di coltivazione e sfruttamento di cave.È l'inizio di un giro vorticoso di bonifici e assegni, tutti naturalmente in uscita dai conti correnti dell'imprenditore, che hanno come causale il presunto acquisto di terreni adibiti a cava e che, nell'acquisizione di una macchina rompisassi, del valore di centinaia di migliaia di euro, rivelatasi poi totalmente improduttiva, ha il caso più emblematico della vicenda. L'anziano, che appena gli si propone un affare, in virtù della sua "ridotta flessibilità mentale e deficit di risposte correttive ad errori", viene indotto a condividere scelte economiche scellerate e viene così coinvolto, non solo nella presunta attività estrattiva ma anche nel mercato immobiliare e nella lavorazione dei metalli preziosi.A scoprire la triste vicenda è nel 2019 un ex comandante della polizia di Stato, molto noto a Treviso, non appena diventa l'amministratore di sostegno dell'imprenditore. Scopre che alcune persone hanno fatto leva sul deficit dell'anziano usandolo come un vero e proprio "sportello bancomat". Agli atti dell'indagine viene attestata almeno una quarantina di movimentazioni di denaro dal conto corrente dell'imprenditore ai beneficiari. Scatta così la denuncia. Il poliziotto in pensione ricostruisce nel dettaglio movimentazioni e causali e alla fine si presenta negli uffici della procura con un corposo esposto che provvede a depositare. A giorni l'udienza preliminare. --© RIPRODUZIONE RISERVATA