Morto il giornalista Giampaolo Pansa rigoroso testimone dei fatti e della storia

Cesare MartinettiROMA. Giampaolo Pansa è morto ieri, aveva 84 anni, 57 di giornalismo, cominciati nel 1961 a La Stampa, ma segnati dal suo battesimo come inviato il 9 ottobre 1963 a Longarone, sulla spianata di fango e di morte del Vajont: "vi scrivo da un paese che non c'è più..." Cominciava così il suo pezzo, un monumento e insieme il programma di una vita: andare, vedere, ascoltare, raccontare. Da allora non ha fatto altro, altissimo, magro, il vocione caldo e imperioso: "Sono Pansa". Metodico, inarrestabile. Ogni mattina riforniva da carta vergine il suo quaderno a fogli mobili, che alla sera riponeva gonfio di appunti in un archivio in cui c'è il respiro di oltre mezzo secolo di Italia. Ha lavorato a La Stampa di Giulio De Benedetti, al giorno di Italo Pietra, di nuovo a La Stampa di Ronchey, poi al Corriere di Ottone, poi a Repubblica dagli anni 80, vicedirettore nel quotidiano di Scalfari e poi a L'Espresso. Aveva studiato storia e l'ostinazione nel cercare dettagli e la verifica di ogni notizia gli veniva di lì. Era figlio di un operaio di Casale, la mamma aveva un negozio di moda che lui ricordava come un mondo di chiacchiere e di incontri che gli hanno dato la curiosità della gente. Ha seguito i grandi fatti, ha fatto grandi inchieste, interviste che hanno pesato sulla storia italiana. A lui Enrico Berlinguer nel 1976 disse di sentirsi più sicuro sotto l' "ombrello della Nato", sanzionando così lo strappo da Mosca che ha segnato la storia del Pci. Sul Corriere di Ottone ha firmato un'inchiesta sullo scandalo Lockheed che ha fatto storia insieme con Gaetano Scardocchia poi direttore de La Stampa e del quale scrisse un commosso necrologio: "Era il migliore di tutti noi". Il suo giornalismo era fatto di grande scrittura e di ostinato lavoro sul campo. I 35 giorni della Fiat, la grande vertenza del settembre 1980, li ha passati sui marciapiedi di Mirafiori, le sue interviste ai capi, agli operai, ai dirigenti hanno scandito la storia di quella stagione. Il racconto della politica e dei suoi leader, lo spettacolo dei congressi di partito, allora delle messe cantate con liturgie spettacolari che Pansa raccontava dalla tribune, munito di un binocolino da teatro e riempiendo il suo quaderno con la penna stilografica. I suoi ritratti dei politici sono spietati, grotteschi nella rubrica il Bestiario, inventata su Panorama di Claudio Rinaldi e poi traslocata su L'espresso. Restano scolpite alcune definizioni. Il "parolaio rosso" per Fausto Bertinotti, i "dalemoni" per definire l'inciucio dell'accoppiata D'Alema-Berlusconi nella fallita impresa della BicameraleGiampaolo Pansa è stato un giornalista totale, inutile cercare altre definizioni. È stato considerato un uomo di sinistra, poi di destra per i suoi libri di controstoria della resistenza, inaugurati nel 2003 con il Sangue dei vinti. Ma Pansa non è stato né l'uno né l'altro, ha interpretato semmai con accanita perseveranza il rigore del mestiere con la passione civile di raccontare tutto quello che c'era da raccontare. Le polemiche per i suoi saggi che sono stati tutti dei best seller non lo hanno scalfito. La passione per raccontare la resistenza gli veniva da lontano, dalla laurea conseguita con Alessandro Galante Garrone e una ricerca sulla lotta di liberazione nell'Appenino tra Piemonte e Liguria. Ha rotto un tabù, ha raccontato le esazioni dei partigiani in un paese che ha costruito sul mito della Resistenza la sua costituzione materiale e lui ha rivelato soltanto la crudezza di un momento storico che era giusto rivisitare per superare gli inganni della memoria. È servito? Forse no. Ma scrivere era la sua vita e Giampaolo Pansa ha fatto per intero la sua parte. --© RIPRODUZIONE RISERVATA