Jeb Bush pensa «seriamente» a candidarsi

Jeb Bush si lancia alla conquista della Casa Bianca, a due anni dal voto. Figlio del 41mo presidente americano, George H. W. Bush, e fratello del 43mo presidente, George W. Bush, Jeb Bus annuncia su Twitter che «esplorerà attivamente» una sua candidatura, dopo averne discusso con la famiglia durante le vacanze del Giorno del Ringraziamento. In attesa che Hillary Clinton sciolga la riserve su una sua discesa in campo ed Elizabeth Warren decida o meno di affermarsi come l'anti-Hillary, i repubblicani con Jeb Bush si muovono. E la sua apertura potrebbe incassare un notevole appoggio fra i finanziatori del partito, creando difficoltà agli altri papabili candidati di destra, dal governatore del New Jersey Chris Christie al senatore Marco Rubio. Proprio con Rubio si sovrappone parte della base elettorale in Florida, stato determinazione nelle elezioni. Con Christie, invece, Jeb Bush è accumunato dalla recente dieta: Bush ha perso sette chili, così come Christie. Jeb Bush, 61 anni, lancerà in gennaio il proprio Pac, political action committee, per facilitare il dialogo con i cittadini americani sui temi più critici. L'ex governatore della Florida è considerato conservatore sui temi sociali e fiscali, anche se ha rotto con l'ortodossia del suo partito immigrazione e istruzione, temi chiave per le primarie repubblicane. Jeb Bush sarà un «candidato formidabile» se non sarà costretto a piegarsi a posizioni molto conservatrici, afferma David Axelrod, consigliere delle due campagne presidenziali di Barack Obama. «Se manterrà le sue posizioni riuscirà a conquistare la comunità ispanica», anche puntando sulla moglie Columba di origine messicana. In molti temono però che sul candidato pesi "l'effetto dinastia Bush". ROMA La Corte Suprema indiana ha respinto le istanze dei marò Salvatore Girone e Massimiliano Latorre trattenuti in India da quasi tre anni in stato di custodia cautelare, senza che sia stato formulato nemmeno il capo di imputazione. Il doppio-no dei magistrati di Nuova Delhi ha alzato il livello di tensione tra India e Italia. Latorre, colpito il 13 settembre da un'ischemia e rientrato in Italia, aveva chiesto di poter prolungare di quattro mesi la sua convalescenza per terminare il suo percorso terapeutico e sottoporsi da un intervento chirurgico. Girone, invece, aveva chiesto di poter tornare a casa per le feste di Natale «per riunirsi con i figli e la moglie nel nostro ambiente familiare» e di restarvi «per un periodo di tre mesi». Non torna a casa dal marzo 2013. Ad entrambi, la Corte ha detto «no» perché, ha sottolineato il presidente, l'inchiesta sulla morte dei pescatori «non è finita». Immediata la risposta del ministro della Difesa, Roberta Pinotto: «Massimiliano Latorre si deve curare qui in Italia, ce lo stanno dicendo i medici e non vedo quindi come possa tornare in India. Noi non ci muoviamo da questa posizione. La decisione della Corte è incomprensibile e l'Italia non può che reagire. Insieme al premier e al ministro degli Esteri faremo il punto politico e oggi faremo in Parlamento il punto politico». È questo l'ultimo atto di una vicenda giudiziaria che si trascina dal 15 febbraio 2012: i due militari italiani, accusati di aver ucciso due pescatori indiani scambiati per pirati, attendono il processo in stato di custodia cautelare da 33 mesi. Il nodo da sciogliere riguarda proprio la Corte Suprema: i magistrati devono annunciare quale polizia debba occuparsi delle indagini e depositare la denuncia dopo che dall'iter giudiziario è stata eliminata la legge antiterrorismo indiana (Sua Act). Per due volte in passato avevano autorizzato i due fucilieri a rientrare in Italia: per il Natale 2012 e le elezioni 2013. Questa volta invece, Latorre dovrà rientrare a Nuova Delhi il 13 gennaio e Girone passerà il Natale nell'ambasciata italiana. E mentre il presidente Napolitano si è detto «fortemente contrariato» dalla decisione della Suprema Corte indiana e i parenti dei marò parlano di «enorme giustizia», per il Consiglio centrale di rappresentanza dei militari si è perso troppo tempo. «Occorre elevare la discussione del caso a livello internazionale - scrive il Cocer Marina in una nota - e chiediamo che già oggi, nella partecipazione del governo ai lavori delle commissioni Esteri e Difesa sul "caso marò" si riveda la partecipazione italiana alle missioni internazionali, come peraltro già votato dal Parlamento». Il caso giudiziario di Girone e Latorre è entrato anche nella cerimonia del tradizionale scambio di auguri di ieri pomeriggio con il presidente della Repubblica. Chiare le parole di Pietro Grasso, presidente del Senato. «A nome di tutti i presenti mi permetta di rivolgere un caro augurio ai militari italiani impegnati nelle missioni internazionali di pace ed ai marò che ancora dopo anni attendono un processo».(f.cup.) ©RIPRODUZIONE RISERVATA