Le due anime del Pd veneto summit per trovare l'intesa

di Albino Salmaso wPADOVA Riforma dell'articolo 18: chi ha scommesso sulla «irreparabile frattura» del Pd e sull'asse Grillo-Bersani rischia di fare gli stessi errori di chi ha puntato sull'indipendenza della Scozia. L'appello del presidente Napolitano ha richiamato tutti al rispetto degli obblighi verso l'Ue e lunedì 29 Matteo Renzi otterrà il via libera dalla direzione del Pd. Ma allora il documento di cento parlamentari contrari alla legge delega del governo sulla riforma del lavoro che fine ha fatto? «Sono già diventati 40, se giri alla Camera e al Senato nessuno conferma di aver firmato la mozione» spiega Roger De Menech, segretario regionale del Pd. «Si va avanti: riforma del Senato, nuova legge elettorale e modifica dell'articolo 18 sono tre obiettivi che dobbiamo assolutamente raggiungere. O la politica perde credibilità». E i veneti come si collocano? Chi è pronto ad appoggiare Stefano Fassina, Cesare Damiano e Pierluigi Bersani che hanno aperto una polemica durissima con il premier? Al Senato, il veneziano Felice Casson non fa mistero di guidare la pattuglia contraria a tutte le riforme in perfetta sintonia con Pippo Civati, che non è entrato in segreteria nazionale. Gli altri 4 senatori Giorgio Santini, Giampiero Dalla Zuanna, Rosanna Filippin e Laura Puppato non hanno manifestato dissensi, anche se hanno posizioni assai diverse. Alla Camera, gli equilibri sono più complicati perché l'albero Pd ha molti rami: quello ex Ds bersaniano è guidato da Davide Zoggia, con Michele Mognato, Delia Murer, Giulia Narduolo e Vincenzo D'Arienzo in perfetta sintonia con l'ex ministro Zanonato che si è fatto interprete delle preoccupazioni della Cgil. Poi ci sono i giovani renziani, gli ex lettiani, l'area dem di Franceschini e per trovare una sintesi ieri sera Alessandro Naccarato, coordinatore dei 26 parlamentari veneti, ha fatto ricorso a tutto il suo equilibrio. L'opposizione più dura arriva da Margherita Miotto e da Rosy Bindi, due cattoliche mai rassegnate al nuovo corso renziano. Davide Zoggia, strettissimo collaboratore di Bersani, ha toni ecumenici: «C'è un paese in difficoltà e un'intera generazione che chiede lavoro. E' da questo punto che dobbiamo partire per cambiare le regole senza essere vittime di ideologie e pregiudizi. Ben venga il dibattito interno al Partito Democratico per creare condizioni di accesso al lavoro più flessibili, ma anche tutele estese e diritti non negoziabili. Ci sono tutti i presupposti per arrivare a posizioni condivise». Ma esiste lo scontro tra «conservatori» e «riformatori»? «Siamo in un passaggio storico appesantito dalla più grave crisi economica degli ultimi decenni che una classe politica deve saper attraversare dando risposte serie e un futuro ai giovani. Modificare il mercato del lavoro è giusto e necessario. Ragioniamo su come un contratto a tutele crescenti dopo un certo periodo di tempo, possa garantire anche il reintegro in caso di licenziamento senza giusta causa. La Direzione sarà il luogo del confronto ma anche, io spero, il luogo dove l'unità del partito prevarrà su guerre di principio». E Andrea Martella, vicecapogruppo alla Camera, «allievo» di Veltroni aggiunge: «Sul lavoro non si tratta di eliminare diritti ma di realizzare un cambiamento che consenta di allargare le tutele. Le proposte sono sul tavolo da anni, ora vanno prese decisioni concrete per introdurre nuove tutele universali e semplificare gli adempimenti che gravano sulle imprese. L'obiettivo è attrarre nuovi investimenti e creare nuova occupazione». Simonetta Rubinato, deputata trevigiana e avvocato, conclude: «Sarebbe grave che la discussione sulla delega al Governo per la riforma del mercato del lavoro avesse come scopo quello di uno scontro sul solo articolo 18, per utilizzarlo ideologicamente come una clava per misurare i rapporti di forza nel Pd tra il Governo e i sindacati, che pure hanno molte responsabilità nel non aver saputo adeguare la loro rappresentanza di tutti i lavoratori all'attuale contesto economico. Sarebbe più proficua una discussione sui contenuti della delega per verificare se ne emerge un quadro complessivo di flexsecurity che garantisca dignità e retribuzione dei lavoratori, proteggendo il loro tenore di vita in caso di licenziamento con un'indennità di disoccupazione. Ma va sempre fatto salvo il reintegro per il licenziamento discriminatorio».