Il Po di Antonioni nel bianco e nero dei giorni e dei silenzi

di Valentina Calzavara Otto scatti fotografici, appena ritrovati, e dodici minuti di girato, riportano in vita il Po di Michelangelo Antonioni (1912-2007). È racchiusa in questi frammenti, una preziosa manciata di fotogrammi l'autobiografia del regista e sceneggiatore. Materiale che non esaurisce certo tutta la sua carriera cinematografica, ma che riesce a restituire, meglio di qualsiasi altra testimonianza, quel legame indissolubile che, fin dall'infanzia, ha legato Antonioni al fiume Po. Il suo Po, come lui stesso lo definiva considerandolo parte del suo dna. Pare di rivederlo, Antonioni, uscire dalla sua casa sul Po di Volano (Ferrara) per andare a giocare con gli altri bambini. Facile immaginarlo, qualche anno dopo, nuovamente lì, questa volta dietro a una macchina da presa a catturare i vapori del fiume, le bilance, i barcaioli a Pontelagoscuro, i filari di pioppi, prima immersi nella nebbia e poi illuminati dal sole. Insomma il respiro di un corso d'acqua e il microcosmo che gli girava attorno, fatto di pesca e di sudore nei campi, di gesti e di riti che si perdono nella notte dei tempi. È nato così nel 1943, il cortometraggio "Gente del Po", proiettato ieri sera a Treviso, nell'ambito della rassegna "Sole Luna Treviso doc film festival" che, fino al 21 settembre propone anche una mostra fotografica con le immagini del fiume scattate da Antonioni e pubblicate all'interno del quindicinale "Rivista Cinema", il numero 68 del 25 aprile 1939. Il tutto visibile al chiostro di Santa Caterina, in piazzetta Botter. Un patrimonio di carta e celluloide che acquista ancor più umanità grazie ai ricordi di Elisabetta, la nipote del regista che dal 2011, attraverso l'omonima fondazione, sta promuovendo e valorizzando l'opera dello zio paterno. Un lavoro in continuo divenire, che cresce e si arricchisce di nuovi tasselli. «Ho tanti momenti impressi nella memoria che riguardano sia il regista che lo zio» racconta Elisabetta, «nella mia mente ci sono i set cinematografici ma anche le lettere che inviava alla mia famiglia. Il primo flash che ho di lui è di quando entrò a casa mia e lo vidi per la prima volta. Ero piccola, non camminavo ancora, era in compagnia di Tonino Guerra. Mi nascosi intimorita dietro al divano, lo fissai, lui si abbassò e si mise a giocare. Da allora ci ha sempre uniti un legame fortissimo di affetto ma senza smancerie». Antonioni persona e personaggio pubblico, si intersecano proprio lì, quando si parla del fiume. «In ogni suo film io rivedo Ferrara, in un albero, come in un muretto anche se magari la scena è girata in Cina» continua la nipote, «il rapporto con l'acqua c'è sempre. In esso ritrovava le sue origini e l'origine del suo lavoro». Un'eredità che traspare anche in modo crudo negli ultimi attimi che restano di "Gente del Po". Altrettanti minuti di girato mancano all'appello, forse distrutti volutamente dal regime fascista, forse accidentalmente. «C'è l'acqua che piano piano sale, la gente in mezzo al fango e i bambini, appesi con le lenzuola sui tetti delle capanne, perché non morissero annegati». Eredità pesante e difficile da digerire che risale ai tempi delle bonifiche di Mussolini. «In quelle scene intravedo il germe di un film» spiega Elisabetta, «c'è un abbozzo di storia, la bambina malata, la mamma che scende alla terraferma per comperarle la medicina. Non è solo una sequenza di immagini, c'è qualcosa di più». E se oggi Antonioni si ritrovasse a fissare le rive del Po, cosa penserebbe? «Credo» conclude Elisabetta, «che continuerebbe a amarne il paesaggio, non troppo modificato dall'uomo. Gli farebbe, forse, un po' meno piacere non vedere più i bambini correre e i fidanzati amoreggiare lungo le rive. Ma nel bene e nel male, lo avrebbe raccontato così, senza alterarne i tratti, con l'onestà e il rigore che lo hanno sempre contraddistinto».