VI RICORDATE MONTI, MILLE GIORNI FA?

di ANDREA SARUBBI Mille giorni fa era giovedì 8 dicembre 2011, e l'Aula di Montecitorio era chiusa: un po' per il ponte dell'Immacolata, molto perché era appena arrivato in Commissione il decreto 201 del 2011, che avrebbe dovuto cambiare il Paese. Si intitolava "Disposizioni urgenti per la crescita, l'equità e il consolidamento dei conti pubblici", ma tutti lo ricordano con il nome "Salva Italia", inventato dal governo appena entrato in carica. Dalla fiducia a Monti, in realtà, erano passate tre settimane, e non mancavano le ironie per la "lentezza" di un esecutivo che aveva impiegato venti giorni per fare uscire il primo provvedimento da Palazzo Chigi. Nonostante l'arresto di Michele Zagaria, boss dei Casalesi, il titolo di apertura dei giornali era sulle riforme economiche: il Salva-Italia era l'atteso biglietto da visita dell'esecutivo dei tecnici, che nei progetti del Quirinale avrebbe avuto mano libera per rimettere in piedi il Paese. Proprio Napolitano, in quei giorni, non lesinava dichiarazioni incoraggianti: le riforme, spiegava, «stanno arrivando giusto in tempo per evitare sviluppi in senso catastrofico della nostra situazione». Si parlava, nel testo, di aiuti alla crescita, di agevolazioni fiscali sul lavoro, di ecobonus, del nuovo Isee, di misure per la trasparenza (con il limite di mille euro per i pagamenti in contante), della nuova Imu, della soppressione di vari enti e organismi e dei tagli alle autorità di vigilanza e alle Province, di dismissioni degli immobili, di liberalizzazioni, di misure per lo sviluppo industriale e di sburocratizzazione. Ma il passaggio del decreto che più fece rumore - anche per le lacrime del ministro Fornero - fu quello sulla deindicizzazione delle pensioni: mille giorni fa, infatti, le prime pagine erano tutte per le modifiche introdotte alla Camera, dove le forze politiche della larga maggioranza avevano reintrodotto la rivalutazione per chi percepiva fino a 1.400 euro. Proprio il dualismo tra governo e maggioranza parlamentare, a guardar bene, fu la chiave di tutta l'esperienza montiana: i tecnici pianificavano alcune operazioni «in assenza di attrito», la politica le riportava sulla terra e le aggiustava - ora in bene, ora in male - dal proprio punto di vista. E Monti, appena sceso da Marte, si trovò a vivere in prima persona una delle battute preferite di Berlusconi: «il governo pensa a un cammello, e poi dal Parlamento esce un dromedario». Nel merito, rimane una questione di gusti: qualcuno avrebbe preferito una maggioranza più battagliera (sulle pensioni, ad esempio) contro i tecnici, qualcun altro pensa che Monti avrebbe davvero salvato l'Italia se non avesse avuto bastoni tra le ruote (sulle liberalizzazioni o sulle Province, ad esempio, i suoi propositi vennero molto ridimensionati). Ma prima ancora che nel merito, vale per tutti un discorso di fondo: nessun governo riesce nei suoi progetti, giusti o sbagliati che siano, se non ha una coalizione solida che lo appoggi. E pure quando ce l'ha - come nel caso dell'ultimo Berlusconi - non è detto che ce la faccia, perché basta un dissidio interno (tipo la fronda dei finiani) per far saltare tutto. Da questo punto di vista, soprattutto dopo il 40 per cento delle Europee, Matteo Renzi sembra privilegiato rispetto al suo predecessore. Monti non aveva un proprio partito di riferimento, e tutte le forze politiche che lo appoggiavano sentivano forte il rischio di scomparire alle successive elezioni se non avessero dato segnali di vita; Renzi è, al contrario, il segretario del maggiore azionista in Parlamento, che occupa da solo 400 seggi tra Camera e Senato, e si appoggia su alleati che rischierebbero di scomparire davvero se si votasse domani. La possibilità che i mille giorni futuri siano più utili dei mille passati, insomma, appare reale, se il governo avrà le idee chiare e se il Pd - che già ora, alla vigilia di primarie per le Regionali, torna a dividersi tra renziani della prima, della seconda e dell'ultima ora - resterà unito. Ma da qui a dire che funzionerà ce ne passa: chi dà davvero le carte, oggi, è la situazione economica europea, e non è detto che nei prossimi mille giorni le carte siano quelle sperate. ©RIPRODUZIONE RISERVATA