Chiede 2,8 milioni di fido la banca: «Tre di garanzia»

di Renzo Mazzaro wVENEZIA Il denaro è come il letame, diceva sir Francis Bacon, non serve se non è sparso. Per questo sono nate le banche. Poi i concimi chimici hanno preso il sopravvento e anche gli istituti di credito hanno cominciato a non fare più credito. Oggi le banche danno la colpa alla crisi finanziaria, ma la crisi diventa una foglia di fico se hanno a che fare con la normale attività di aziende sane. Ecco un caso fresco di settimana, se non proprio di giornata. Riguarda due appalti regionali per realizzare le casse di colmata di Trissino e Caldogno. Sono i famosi bacini di contenimento delle piene del Bacchiglione e dei suoi affluenti, che dovrebbero impedire gli allagamenti dei centri abitati da Vicenza a Padova, incluse le due città. Se ne parla da anni. La disastrosa alluvione del novembre 2010 sembrava aver messo le ali ai piedi alla Regione, invece a due anni e mezzo di distanza siamo ancora ai preliminari. L'appalto di Trissino vale 21 milioni di euro (17,8 per i lavori, il resto per espropri e altro) ed è bandito dal consorzio di bonifica Alta Pianura Veneta; quello di Caldogno direttamente dalla Regione, per un costo ai contribuenti di 25 milioni di euro. Al primo partecipano 5 cordate in consorzio stabile o in associazione temporanea d'impresa (Ati). Al secondo addirittura 15, perché è previsto un pagamento in natura: il materiale di riporto è considerato buono e potrà essere rivenduto. Gli uffici dell'assessore regionale Maurizio Conte indicano in due mesi il termine per affidare i lavori. Vedremo. A entrambi gli appalti concorre anche Medoacus, un consorzio stabile di 7 imprese, con 180 dipendenti in tutto. Ne fa parte la ditta Fratelli Capparotto di Mestrino, una società in nome collettivo. Uno dei fratelli, Fortunato – di nome ma non di fatto, come vedremo – è vicepresidente dell'Ance di Padova, oltre che cliente da cinquant'anni di Antonveneta, l'unica banca con la quale i fratelli Capparotto lavorano. Si dà il caso che l'Ance di Padova ospiti spesso il direttore generale di Antonveneta, Giuseppe Menzi. È venuto più volte in associazione, invitato anche alle assemblee, ricorda Fortunato Capparotto. Gli ho sempre sentito dire che Antonveneta è di supporto alle imprese locali, le tratta con occhio di riguardo; il momento è difficile, ma la banca guarda alla storicità delle imprese, alla serietà delle aziende, alla loro capacità di investimento. Se un imprenditore non investe nella sua azienda, perché dovrebbe farlo la banca? Questo ha sempre detto Menzi. Giustamente. È un quadro in cui mi ritrovo: a casa nostra investiamo tutto, siamo una snc e rispondiamo illimitatamente con l'intero patrimonio. Siamo conosciuti per questo anche da Antonveneta, visto che la nostra azienda opera esclusivamente con loro Armato di questi convincimenti, convinto di trovare porte spalancate, Capparotto va dal direttore della filiale dove ha il conto: gli serve una fidejussione da presentare a corredo della partecipazione all'appalto di Trissino, in cui è capogruppo. Il direttore di filiale lo rinvia alla direzione generale, che gli spedisce in ditta due funzionari. Per i Capparotto l'appalto vuol dire due anni di lavoro. Se lo prendiamo riusciamo a traghettare l'azienda fuori da un periodo che ci ha ridotto il fatturato del 40%, ricostruisce Fortunato. Nessun problema, mi dicono i due dirigenti: la cauzione è di 2,8 milioni di euro, lei ci dà 3 milioni in garanzia e noi le facciamo la fidejussione. Mi sono segnato la data perché era carnevale: 7 febbraio, ore 17,15. Non potevo crederci. È uno scherzo, vero?, gli ho detto. Vi sembra che se io ho 3 milioni vengo a chiedere una fidejussione a voi? Se questo è il rapporto con la banca, prenderò le contromisure. Gli emissari di Antonveneta ci ripensano e tornano dopo due giorni. Avevano visto che ero rimasto amareggiato e mi fanno una nuova proposta: noi copriamo gli 800.000 euro e lei mette i 2 milioni. "Ancora!", ho risposto: pensavo che scherzaste la volta scorsa, invece devo capire che non è uno scherzo. Lasciamo stare, vedrò di arrangiarmi con le assicurazioni. Ho cercato e ne ho trovata una che mi ha fatto la fidejussione. Con qualche difficoltà, sentendo la direzione che aveva sopra. Ma senza farmi sborsare niente in più, tranne il costo della polizza. Per la cronaca la compagnia è l'Elba Assicurazioni di Milano. Fortunato Capparotto resta correntista di Antonveneta come ditta, ma come consorzio – precisa – troverà qualche altra banca cui appoggiarsi. Avessimo chiesto dei soldi almeno, mastica amaro. Se fossimo stati in difficoltà potevo capire i dubbi. Questa invece era solo una opportunità per partecipare ad una gara e far lavorare di più le aziende. Un'opportunità anche per la banca, per fare anticipo contratto, sconto fatture e quant'altro, insomma il lavoro di una banca. Se non fanno neanche questo, cosa ci stanno a fare?. Il direttore generale di Antonveneta Giuseppe Menzi fa sapere di non aver nulla da dire sulla vicenda. Menzi è un dirigente che ha percorso l'intera carriera nel gruppo Montepaschi. Più precisamente è l'uomo che ha diretto il progetto di acquisizione di Antonveneta, di cui tiene le redini dal 2009. Comprensibile, dato il pedigree, che se c'è un rischio da correre lo faccia più volentieri per Mps che per un'impresa veneta. Padova è in provincia di Siena anche per una polizza fidejussoria. ©RIPRODUZIONE RISERVATA