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Francesco MoscatelliINVIATO A VARESE «Grazie Bobo». Nel giorno del funerale di Stato dell'ex ministro dell'Interno ed ex segretario della Lega Nord Roberto Maroni questa frase la pronunciano tutti: i rappresentanti delle istituzioni che sfilano nella navata della basilica di San Vittore, i militanti che l'hanno scritta su un lenzuolo appeso al balcone della storica sede del Carroccio di piazza del Podestà, gli avversari degli altri partiti, i cittadini che seguono la cerimonia dal maxi-schermo fatto installare dal sindaco del Pd Davide Galimberti. Il mondo politico c'è (quasi) tutto: la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, la più applaudita, («Ci siamo sentiti fino a pochi giorni fa, l'Italia è stata fortunata ad avere uno come lui»), il presidente del Senato Ignazio La Russa e quello della Camera Lorenzo Fontana, Matteo Salvini con passo spedito e giacca con la spilla dell'Alberto da Giussano in vista nonostante il freddo («La sua eredità politica è risolvere i problemi e non crearli»), i ministri Roberto Calderoli, Giancarlo Giorgetti visibilmente commosso («Ci lascia un pensiero profondo e lungo»), Antonio Tajani, Francesco Lollobrigida e Daniela Santanché, i governatori Attilio Fontana, Luca Zaia e Massimiliano Fedriga, parlamentari e pubblici amministratori leghist; ma anche l'ex premier Mario Monti, l'ex ministro Luciana Lamorgese, la candidata del Terzo Polo a Palazzo Lombardia Letizia Moratti e quello del centrosinistra Pier Francesco Majorino, il sindaco di Milano Beppe Sala. L'assenza più vistosa è quella di Umberto Bossi: non c'è il Senatur, chenei giorni scorsi è stato ricoverato in ospedale, ma non c'è nemmeno un rappresentante della sua famiglia o una corona di fiori con la sua firma. Un segno che la ferita di dieci anni fa, quando Maroni gli subentrò alla guida della Lega, non si è mai rimarginata. All'arrivo del feretro, scortato dentro la chiesa dagli agenti della polizia di Stato davanti al picchetto d'onore di bersaglieri, carabinieri e guardia di finanza, parte un lungo applauso. «A Varese ne ho sentito parlare come "uno di noi" - dice nell'omelia monsignor Giuseppe Vegezzi -. Che bello quando un politico riesce a farsi percepire così». «È stato un uomo politico capace di passione e moderazione, di determinazione senza aggressività, di essere di parte e aver cura dell'insieme, di proporsi e di farsi da parte» il messaggio dell'arcivescovo di Milano Mario Delpini. Per la famiglia parla il figlio maggiore Filippo: «Il tuo lavoro, che era la tua passione, ti ha costretto a passare del tempo lontano da casa... accendevamo la tv e ti vedevamo lì, ma non siamo mai stati arrabbiati con te...Eri un introverso, un timidone, nonostante i comizi, le ospitate, i vertici coi grandi potenti del globo, tirare fuori tue emozioni era difficile, a chi ti chiedeva come stavi preferivi dire "bene". Poi nei momenti di difficoltà hai capito che la famiglia poteva essere un porto sicuro, hai capito che si sono cose più importanti della politica con la p minuscola». Il saluto finale è con le parole di «Come una bugia», canzone scritta da Maroni e cantata dai Distretto 51, la sua band. Un altro modo per dirgli: «Grazie Bobo». --© RIPRODUZIONE RISERVATA