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il retroscenaFrancesco GrignettiFrancesco OlivoIn attesa di ricucire con la Francia, obiettivo ancora lontano, Giorgia Meloni dichiara guerra alle Ong, con un vecchio strumento: confisca delle navi e multe salate. La premier potrebbe vedere Emmanuel Macron la prossima settimana al G20 di Bali. L'Eliseo, con una certa freddezza, non conferma l'appuntamento, ma Palazzo Chigi e soprattutto Farnesina contano sul fatto che quello sarà il momento del disgelo. Nel frattempo però il governo agisce con una doppia linea: fermezza sugli sbarchi, «alla prossima nave di una Ong ci comporteremo allo stesso modo» e tentativo di uscire da un isolamento pericoloso. Le «incomprensioni» con la Francia, di cui ha parlato Meloni, hanno lasciato il segno. Parte del governo crede che ci sia stato qualcosa che non abbia funzionato nella gestione di questa vicenda, come dimostra la nota diffusa da Palazzo Chigi martedì sera, il ringraziamento alla Francia, che però non aveva mai dato il via libera allo sbarco sulle proprie coste. La premier in conferenza stampa in fondo ha già annunciato quale sarà la prossima mossa del governo: «Nuovi provvedimenti ci saranno sicuramente». L'opzione sui tavoli del governo c'è da qualche giorno, ma con il precipitare dei rapporti italo-francesi e il prevedibile riaffacciarsi di qualche nave umanitaria davanti alle nostre coste, ha ripreso forza l'idea di resuscitare una parte dei famosi decreti sicurezza di Matteo Salvini. In particolare la parte sulle navi delle Ong, laddove si prevedono multe fino a un milione di euro, sequestro dell'imbarcazione e perfino la confisca «in caso di violazione - era scritto nella legge 77 dell'agosto 2019 - del divieto di ingresso, transito o sosta in acque territoriali italiane». Riavvolgiamo il film di questi giorni, allora. Il ministro dell'Interno, Matteo Piantedosi, che ben conosce la genesi di quei decreti poiché era lui il capo di gabinetto di Salvini, ha emesso un decreto per permettere una sosta solo «temporanea» alla nave «Humanity 1» e poi alla «Geo Barents». Le due navi a quel punto sono state ammesse nel porto di Catania. Subito dopo le operazioni di sbarco, che per la prima volta sono state «selettive», discriminando tra i fragili e i non fragili, la Capitaneria ha intimato le due navi a ripartire, pena una multa da 50 mila euro. Il governo, che pure freme, non può fare nulla di più perché le multe stratosferiche previste dai decreti Salvini sono state superate da un decreto Lamorgese. Ora però si profila il ritorno a una strategia fortemente repressiva. «Servono forme di deterrenza per le navi che non si coordinano», dicono al ministero dell'Interno. La tentazione è di far tornare in vita l'articolo 2 della vecchia legge, lì dove c'era una sanzione amministrativa da 150 mila a un milione per il comandante inadempiente o per l'armatore della nave, il sequestro cautelare dell'imbarcazione e poi la confisca. La legge Salvini prevedeva anche che la nave sarebbe stata affidata al prefetto, il quale avrebbe potuto darla in uso a qualsiasi corpo dello Stato che ne avesse fatto richiesta. Qualora la confisca fosse definitiva, sarebbe stata acquisita al patrimonio dello Stato e riutilizzata. In alternativa, si sarebbe venduta. E se dopo due anni non si fosse monetizzato, si sarebbe proceduto alla distruzione. Questa storia Giorgia Meloni la ricorda bene, perché fu proprio un emendamento di FdI, che era all'opposizione, a introdurre la confisca. Nel governo nessuno critica la linea, ma è chiaro che convivono, per lo meno, due anime: quella nazionalista e quella attenta a non rompere i rapporti con i partner europei. La prima tutto sommato si trova a proprio agio in questo contesto di scontro, che serve, se non altro, a rafforzare quel sentimento antifrancese molto stuzzicato durante la campagna elettorale. Lo scontro frontale dimostrerebbe poi, come ha ribadito la stessa Meloni, che «finora si è sbagliato atteggiamento sui migranti». Giovanbattista Fazzolari (ex studente della scuola francese di Roma) sottosegretario all'Attuazione del programma e fedelissimo di Meloni,ancora ieri parlava di «figuraccia» di Macron. Poi c'è Matteo Salvini che martedì scorso, con una dichiarazione avventata, si era attribuito il merito di una decisione, quella dello sbarco a Marsiglia, che in realtà non c'era stata: «La Francia apre i porti? Bene, l'aria è cambiata». Parole che non hanno giovato alla serenità generale.Dall'altra parte ci sono quelli che, invece, si preoccupano dell'isolamento. Raffaele Fitto, ministro degli Affari europei, con deleghe pesantissime (sul Pnrr), lavora da anni per traghettare FdI e i Conservatori dentro le istituzioni Ue e infatti usa parole molto più ponderate: «L'Italia è pronta a fare la sua parte, a lavorare con la Commissione e con tutti i partner. Per questo auspico il ripristino di un clima basato su uno spirito costruttivo». Frasi prudenti che tradiscono preoccupazione. Fitto, dopo aver preparato minuziosamente la visita di Meloni a Bruxelles, lunedì scorso aveva incontrato la sua omologa francese Laurence Boone, una delle più dure contro l'Italia. E questo lavoro di tessitura ora rischia di saltare anche per colpa di dichiarazioni e gestioni imprudenti di rapporti strategici per il nostro Paese. Antonio Tajani, ministro degli Esteri, parla il meno possibile e lunedì vedrà i colleghi al Consiglio europeo. Lavoro nell'ombra che rischia di essere reso vano da eccessi di nazionalismo. --© RIPRODUZIONE RISERVATA