tutte le luci del corpo umano in questa società di migrazioni

Al corpo non si sfugge. Il corpo è politica, regolamentazione giuridica, contiene la tradizione e l'innovazione fino alle estreme conseguenze, pensiamo al "cyborg" e alla realtà del post umano che già si intravede in un prossimo futuro. La pelle non è il suo semplice involucro, è il limite sensoriale che separa dentro e fuori, un "terminale complesso - scrive nel saggio L'io pelle lo psicanalista francese Didier Anzieu - che regola gli scambi con l'ambiente, comunicando per contatto con l'ecosistema". Due iniziative parallele testimoniano come la "centralità del corpo" imponga attualmente una riscrittura dei codici comunicativi oltre che diagnostici. La Fondazione Hapax ha programmato una serie di appuntamenti che approfondiranno nei prossimi mesi le molteplici dimensioni del corpo, un percorso simile seguirà il ciclo di seminari, "Questioni di pelle", curato da Massimo Papi. «La pelle non è altro che una tela pittorica, un campo di sperimentazione linguistica, è l'interfaccia di cui ci serviamo per mascherarci, per camuffarci, per mandare segnali di presenza nell'universo che ci circonda», commenta lo stesso Papi a conclusione dei lavori di DermArt, convegno internazionale che da molti anni chiama a raccolta un fronte interdisciplinare di esperti, dermatologi, antropologi, storici dell'arte, alla ricerca di un'alleanza terapeutica efficace per curare il "corpo malato" della contemporaneità. Le antiche civiltà ne sapevano più di noi. Il corpo mummificato di Otzi, inciso dalle prime forme primordiali di tatuaggi, emetteva segnali molto precisi a chi li sapesse cogliere. Oggi assistiamo al trionfo di corpi ostentati in tv, sulle riviste patinate, sulla grande vetrina del web. Da manifesto ideologico, pensiamo alla grande battaglia femminista che ha portato a una liberazione della fisicità dalla schiavitù dei pregiudizi e della discriminazione, il corpo è divenuto l'arredo di una nudità drammatica, icona suprema di sofferenza, Alan, il bambino siriano steso sulla spiaggia, colto nel sonno della morte è stata l'immagine che ha agghiacciato il mondo, rendendo attuale l'interrogativo: esiste ancora una civiltà occidentale? È evidente che per sanare così tante ferite e ridare sembianza umana alle sagome sfigurate che percorrono le nostre città, non basteranno superficiali interventi estetici. La lacerazione è molto più profonda. Il corpo ci parla della differenza, i colori della pelle raccontato le molteplici identità che compongono l'unica razza umana, aspetto sempre difficile da metabolizzare, anche nell'attuale era tecnologica, evoluta e nel contempo primitiva. "Il colore è luce, la luce speranza, forse anche Cristo ha l'anima di un Arlecchino, fatta con i colori dell'arcobaleno" ha cantato Gino Paoli in una celebre canzone composta con Zucchero dopo la caduta del muro di Berlino. Ma la collettività svestita entro cui ci muoviamo può riscattarsi? Se proviamo a superare l'imbarazzo dell'oscenità riappropriandosi del sentimento morale del rispetto, che vuol dire far crollare realmente i tanti muri che separano paesi e città, generando morte e violenza, sarà già un risultato. Riconnettere mente e mano, riappropriandosi di quella cifra etica che dovrebbe appartenerci nell'esercizio dell'accoglienza, ha a che fare con la scienza ma soprattutto con il "corpo sfaccettato" della politica, che senza distinzione di genere è chiamata a fare delle scelte per ricomporre gli equilibri e superare i tanti drammi che attraversano una società di migranti. --© RIPRODUZIONE RISERVATA