Senza Titolo

Tra le idee che più contraddistinguono il governo Meloni c'è quella della sovranità alimentare. Un'idea coerente con lo spirito nazionalista di Fratelli d'Italia, cui la Lega di Salvini ha del resto tirato la volata negli ultimi anni a scapito dell'originario spirito federalista. L'idea della sovranità alimentare sembra incontrare oggi ampi consensi, anche perché risponde a una domanda di sicurezza che riguarda sia la qualità dei prodotti che la garanzia sulle forniture, messe in pericolo da una globalizzazione che sta mostrando molte fragilità.Tuttavia, se guardiamo con un po' più di attenzione a come è organizzata la parte più avanzata dell'industria alimentare italiana, la conclusione è che il sovranismo alimentare rischia di mettere a rischio, anziché potenziare, la sua competitività internazionale. Partiamo da uno dei cibi italiani più noti al mondo, la Nutella, prodotto dalla piemontese Ferrero, che con 12 miliardi di euro di fatturato e 40mila addetti, è anche la più grande impresa manifatturiera privata del paese. Ogni anno vengono prodotte circa 250 mila tonnellate di Nutella, attraverso processi di trasformazione che si svolgono in nove siti produttivi localizzati in varie regioni del mondo: cinque stabilimenti si trovano in Europa, uno in Russia, uno in Nord America, due in Sud America e uno in Australia. Alcuni input sono forniti localmente, come il latte scremato, ma altri vengono forniti a livello globale: le nocciole provengono dalla Turchia, l'olio di palma dalla Malesia, il cacao dalla Nigeria, lo zucchero principalmente dal Brasile e l'aroma vaniglia dalla Cina. Senza questa complessa organizzazione multinazionale, Nutella non sarebbe potuta diventare quel prodotto di straordinario successo, venduto in oltre cento Paesi.Diverse altre aziende di punta dell'alimentare italiano basano il loro successo su un'organizzazione multinazionale. Senza l'importazione della maggior parte del grano, Barilla non sarebbe in grado di sostenere la produzione di pasta, altra icona del cibo italiano. La straordinaria crescita della veronese Rana è dovuta anche ai tortellini venduti nel Nord America, prodotti direttamente nello stabilimento di Chicago. Rigoni di Asiago, il maggior produttore italiano di confetture biologiche, può garantire le forniture grazie alle sue aree di coltivazione in Bulgaria. O la vicentina Pedon, leader nel settore legumi grazie anche alle produzioni in Africa, Asia e America Latina. Potrebbe esistere l'eccellenza italiana nella torrefazione del caffè - grazie a marchi come Illy, Goppion, Zanetti - senza lo sviluppo di filiere globali di approvvigionamento?In realtà, l'industria alimentare italiana è innanzitutto frutto del lavoro italiano, delle sue capacità di trasformazione, di un originale modello di impresa industriale, che valorizza il rapporto con il territorio e le comunità locali ovunque sia possibile, non solo in Italia, paese che ha del resto poca terra coltivabile e per questo ha bisogno del mondo per crescere e dare valore alle sue competenze produttive. --© RIPRODUZIONE RISERVATA