Via Javorcic manca solo l'ufficialità

Francesco Gottardi / VENEZIAEra scritto. Il Venezia ha scelto di esonerare Ivan Javorcic - manca solo l'ufficialità - dopo tre mesi di continua agonia e lo spettro della zona retrocessione. Decisivo l'ultimo tracollo interno contro l'Ascoli. Ma tutti in laguna, tranne la società, si erano ormai accorti che gli arancioneroverdi oggi sono una non squadra. Senza anima né corpo, incapace di rispondere a chi l'ha portata fin qui. L'artefice del capolavoro Sudtirol - dall'altare alla polvere in un amen, calcio spietato - paga errori più grandi di lui. Eppure, peggio di così era davvero difficile fare.SVALUTAZIONE IN SERIESi pensi all'ultima sciagurata formazione schierata al Penzo. Assetto fragile, giocatori fuori ruolo - Novakovich e Cuisance su tutti -, veterani dimenticati. Javorcic non ha saputo imprimere il proprio gioco. E soprattutto non ha valorizzato i suoi ragazzi. A partire da Crnigoj, a cui non è bastato nemmeno l'eurogol di Brescia per una maglia da titolare. Poi Haps, in panchina nel momento clou - come Ceccaroni, su cui pesa però l'oggettiva crisi di rendimento. Per non parlare di Johnsen, da settimane fuori dai radar. Ecco: insieme, fanno quasi tre milioni di ingaggi. E il club per i suoi pezzi pregiati si era premurato un progetto di lungo periodo, blindandoli con rinnovi contrattuali dal 2025 in su. In un attimo, capitale tecnico dilapidato. Emblematica la parabola del norvegese, pescato in Olanda da Poggi: da rivelazione della Serie B a riserva. Ora rischia di andare via per poco. Come tutto quel che si era coltivato con la pazienza di un lustro. Puf.RESTAURO FALLITOE veniamo ai piani alti di Viale Ancona. Il suicidio sportivo in corso fa impressione. Nemmeno un anno fa il Venezia di Zanetti batteva la Roma di Mourinho toccando il cielo con un dito. Ripetiamo, nemmeno un anno fa. I fatti odierni sono la naturale evoluzione di ciò che avvenne poi, con i ribaltoni nell'area tecnica e dirigenziale che tutti sappiamo. Già allora sembrava un azzardo affidare le chiavi della ripartenza a neofiti del mestiere - il tandem Donati-Molinaro - o della categoria - Javorcic. Ora il fallimento è emerso in tempo di record. Perché oltre l'allenatore, c'è il resto. A partire dall'ultima campagna acquisti, che fa da pendant agli orrori di gennaio. Non è questione di italiani o stranieri, la polemica ha pure stancato. Contano i fatti: la rosa del Venezia è tra le ultime del campionato per esperienza accumulata in Serie B. Un dato che riflette l'atteggiamento in campo di chi magari è sopra la media per valore assoluto, ma avulso dal compito che lo attende. E cioè lottare, umile.SOCIETA' IN TILTSe suona l'allarme nessuno la sente. Da Niederauer in giù il club è sordo, in preda alla sicumera del visionario - progetto tecnico, identità, marketing - mentre tutt'attorno la realtà è ben altra. Di questa distanza, almeno, il Venezia aveva preso consapevolezza, lanciando un'articolata campagna di affiliazione e accettando fino a pochi giorni fa ogni confronto con la piazza. Ma per farla avvicinare al suo concept di calcio, e non viceversa. Perché nell'unico momento - oggi, post Ascoli - in cui contava davvero metterci la faccia, la società ha imposto il silenzio. Ieri abbiamo tentato di contattare il direttore tecnico Molinaro. Ma il telefono squillava a vuoto. Nessuno, evidentemente, si aspettava di toccare il fondo così male e così presto. Come pretendere umiltà dai calciatori, se questo è l'esempio?PATATA BOLLENTELa panchina del Venezia ora scotta. Non c'è niente di più scomodo, per un allenatore, che raccogliere in corsa una squadra costruita per vincere e con tutto da perdere. Sono scettici Beppe Iachini, indimenticato arancioneroverde, così come D'Aversa, Di Francesco e Stellone. Sono questi i nomi più caldi, tra i pochi sul mercato. Si profila allora l'ipotesi Soncin dalla Primavera, come accadde dopo l'esonero di Zanetti. Se così fosse, teniamoci pronti alla retorica della soluzione interna - non inganni l'orgoglioso finale di Serie A: l'unica partita che contava, contro la Salernitana, Soncin la fallì - per mascherare una completa debacle. Auguri a tutti.IL RETROSCENAChe rabbia, ripensare a quei giorni di maggio. Perché il Venezia il suo condottiero l'aveva trovato: era Pippo Inzaghi, tentato dall'idea del grande ritorno. Il sondaggio c'era stato, qualcuno nella dirigenza aveva pure caldeggiato il suo nome. Ma alla fine non se ne fece niente. E si virò su altri profili, fino a Javorcic. Tra i motivi decisivi, Inzaghi non parla bene l'inglese. Oggi però guida la Reggina - sedicesima, per valore di mercato della rosa: quella arancioneroverde è terza - a un insperato quarto posto. Il prossimo avversario al Penzo sarà lui. Quando si dice cercarsela. --