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Francesca Schianchi / romaPer tutta la giornata, Giorgia Meloni resta inchiodata ai banchi del governo nell'Aula del Senato. La liturgia vuole che il discorso, lo stesso pronunciato il giorno prima a Montecitorio, non venga più ripetuto: si procede con il dibattito prima del voto di fiducia, una ventina di iscritti a parlare, lei ascolta tutti, prende appunti, annuisce. Dopo l'incidente della vigilia - un labiale rubato dalle tv dove sembra dire «che mer...» a Giuseppe Conte che la sta contestando - sembra un poco più accorta nei commenti a bassa voce, ma la mimica facciale resta: i sorrisi compiaciuti per i continui, talvolta stucchevoli omaggi della maggioranza - «i sottoscala umidi da cui siamo partiti», rivanga nostalgico Giorgio Salvitti; lo «Stato madre», se ne esce Michaela Biancofiore in ossequio alla prima premier donna -; gli accigliamenti infastiditi alle critiche dell'opposizione.Quando poco prima delle sei si alza in piedi per la replica - i vicepremier Tajani e Salvini al suo fianco, Silvio Berlusconi appena entrato in Aula tra i saluti festosi dei suoi senatori - la neo premier ha riempito una pila di foglietti di appunti. «Procedo random, passo da un argomento all'altro, ma cerco di dare un po' di risposte», quasi si scusa: in realtà sono un sassolino tolto dalla scarpa dietro l'altro, lo sguardo sempre rivolto all'opposizione, la chiamata in causa dei senatori che l'hanno contestata uno a uno, e pazienza se il regolamento - gliel'hanno fatto già notare il giorno prima alla Camera - prevederebbe di rivolgersi alla presidenza. Finge un tono soave per dire che la descrizione dei problemi dell'Italia fatta dall'opposizione è fedele, per dedurne quindi che si tratta di «una grande operazione verità sull'Italia che ereditiamo anche da chi ci accusa», respinge l'accusa che manchino «risposte concrete» nel suo discorso perché «soprattutto quando hai risorse limitate devi scegliere dove vuoi andare, poi procedi con provvedimenti concreti». Modula la voce, sembra trattenersi dalla «modalità Vox» ché già il giorno prima nella replica alla Camera rischiava di scivolarci. Ma prende posizioni nettissime, sottolineate dai battimani della sua parte, altroché apertura e mediazione: «Non riprenderemo la vostra linea», ribadisce sul tema Covid, «quello che non abbiamo condiviso nei vostri governi è il fatto che non ci fossero evidenze scientifiche alla base dei provvedimenti che prendevate», si rivolge alla ex ministra Beatrice Lorenzin che nel suo intervento l'aveva sfidata con ironia sul valore della scienza: «Più made in Italy di Galileo Galilei cosa c'è?». Sposta lo sguardo verso lo spicchio dei Cinque stelle, per rispondere durissima a Roberto Scarpinato, l'ex pm antimafia eletto con il M5S, che nel suo intervento aveva spaziato dalle stragi neofasciste al rischio di torsione autoritaria col presidenzialismo: «Mi dovrei stupire di un approccio così smaccatamente ideologico - lo guarda dritto in faccia - ma mi stupisce fino a un certo punto, perché l'effetto transfer che lei ha fatto tra neofascismo, stragi e sostenitori del presidenzialismo è emblematico del teorema di parte della magistratura. E questo è tutto quello che ho da dire».Per tutta la giornata, a Palazzo Madama c'è grande attesa per l'intervento di Silvio Berlusconi. Interverrà in dichiarazione di voto, e dopo le tensioni della settimana scorsa, tutti a chiedersi se potrà usare quella sede - il primo discorso al Senato dopo la decadenza di nove anni fa - per mandare un messaggio alla premier. Mentre lei parla, mentre lascia cadere un foglietto dopo l'altro dopo aver risposto, l'ex premier rivede l'intervento che dovrà fare di lì a poco, corregge a penna, ogni tanto alza lo sguardo su di lei.È il turno di rispondere alla senatrice Ilaria Cucchi, dell'alleanza Sinistra-Verdi: le ha chiesto di rendere conto degli scontri alla Sapienza di due giorni fa, con gli studenti caricati dalla polizia. «Io vengo dalla militanza giovanile, ma non ho mai organizzato una manifestazione per impedire ad altri di dire quello che volevano», alza la voce Meloni tra gli applausi della sua parte. Ma come, e le manganellate? Non c'è una sproporzione? Non le cita nemmeno: «Non erano manifestanti pacifici. La democrazia è rispetto, se qualcuno della mia parte tentasse di bloccare una manifestazione, io sarei la prima a condannarlo, non l'ho mai fatto in vita mia». Sferza gli oppositori sul Pnrr - «non ho mai detto che va stravolto, ma si può parlarne in modo pragmatico e non ideologico?» -, annuncia il tetto al contante per il quale si spella le mani Salvini accanto a lei - «confermo che ci metteremo mano» -, attacca l'ex premier Giuseppe Conte e il Movimento cinque stelle che le chiedono di parlare di pace: «Mi chiedo perché Conte quando era presidente del consiglio non abbia allora venduto le aziende della difesa italiane che producono armi: mi risulta non lo abbia fatto». Ribadisce la posizione atlantista sulla guerra e la volontà di difendere l'ergastolo ostativo: dovrà spiegarlo bene al suo ministro della Giustizia, Carlo Nordio, che sul tema pensa l'esatto contrario. Quel di cui è certa è che «il sovraffollamento carcerario non si risolve depenalizzando: come si fa a scegliere il giusto se chi sbaglia non paga mai?».Dopo di lei, Matteo Renzi annuncia il no alla fiducia ma spende i suoi dieci minuti più ad attaccare il Pd che il governo: lei non fa che ridere soddisfatta. Poi interviene Berlusconi: come per le consultazioni al Colle, un brivido, appena un timore che possa partire in quarta con qualche posizione che la imbarazzi, e invece insiste su guerra e politica estera nel modo giusto: alla fine tutto il governo si alza in piedi ad applaudirlo. Quando interviene il capogruppo della Lega, Massimiliano Romeo, per lanciare il messaggio tra le righe che la durata di un governo è legata alla capacità di fare squadra - chi ha orecchie per capire intenda - lei forse non coglie nemmeno: sono 115 sì, 79 no, 5 astenuti. Il governo è partito. --© RIPRODUZIONE RISERVATA