Quell'ossessione per gli "infami" voleva far fuori anche Maniero

il ritratttoFrancesco FurlanSi è sentito tradito. Ancora una volta. E, non a caso, si è rivolto a Trabujo con quella parola, «infame», il modo in cui i mafiosi si rivolgono a chi si è pentito, a chi è deciso di parlare. Trabujo non ha rispettato il patto di omertà inteso come mancanza di collaborazione con le istituzioni, e per questo Pattarello, 74 anni, lo disprezza. Così si fa con gli «infami», come gli ha insegnato la sua storia criminale nella banda dei mestrini, al fianco del boss della Mafia del Brenta, Felice Maniero, di cui era uno dei killer. Ma anche spaccio, estorsioni, rapine. Maniero ha parlato, e sono arrivate le condanne. Ma in carcere Pattarello non ha dimenticato. Anche in questa ultima indagine nella quale è stato coinvolto è emerso come la vendetta contro gli infami colpevoli pe rlui di aver tradito fosse un tarlo che gli lavorava nella testa. Nel dicembre nel 2017, senza sapere di essere intercettato, Pattarello ne parla proprio con Trabujo. «In motorino gli sparo in testa, così tac, hai capito?», dice il 27 dicembre di cinque anni fa seduto a un bar del Tronchetto, riferendosi ad Alessandro Rizzi, detto il Doic. Rizzi è il fratello di Massimo e Maurizio, uccisi nel delitto ordinato da Maniero lungo il Brenta nel 1990 per vendicare l'omicidio Giancarlo Millo. A guidare quel commando era proprio Paolo Pattarello. "Paolino", come lo chiamavano i suoi, voleva quindi dare una lezione all'ultimo Rizzi, ma il suo principale obiettivo era mettere le mani sul suo ex capo, «quell'infame mi ha fatto fare trent'anni», come ha raccontato lui stesso in una intercettazione dell'ottobre del 2018, al telefono con Gilberto Boatto. Pattarello sapeva che, con un nuovo nome, Maniero abitava dalle parti di Brescia.E ci era anche andato, nell'inverno del 2017, per cercare di trovarlo, raccogliendo le confidenze di un ex detenuto che lavorava in una macelleria, e facendo visita in una ditta per la depurazione delle acque, il settore nel quale l'ex boss del Brenta si stava reinventando - senza troppe fortune - come imprenditore. Una caccia all'uomo che si è conclusa non per volontà di Pattarello, ma per l'arresto di Maniero accusato di violenze domestiche da parte della moglie. Nella storia criminale di Pattarello c'è anche l'assalto al treno in cui morì Cristina Pavesi di Conegliano. Era il 13 dicembre del 1990 e nell'assalto a un treno di valori postali a Vigonza venne coinvolto anche un treno sul quale viaggiava la studentessa universitaria di 22 anni, di ritorno da Bologna. Nel 2018, poco dopo essere uscito dal carcere, Pattarello chiese e ottenne il perdono per la morte della ragazza, incontrando la zia Michela. Raccontò di essere pentito, che aveva cambiato vita. Ma mentre lo diceva - secondo le indagini - stava riorganizzando la banda dei mestrini, dedicandosi a spaccio e rapine. --© RIPRODUZIONE RISERVATA