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l'intervistaPiero Fassino, torinese, è uno dei volti storici del centrosinistra transitati dal Veneto verso il Parlamento. Eletto deputato nella nostra Regione, promette: «Mi occuperò del territorio». E tra le priorità fissa l'autonomia: «Ma al centralismo dello Stato non si sostituisca quello delle Regioni. Si diano poteri e risorse ai Comuni». Onorevole Fassino, quali errori ha fatto il Pd?«Partirei da un'altra considerazione. Da 10 anni assistiamo a un fenomeno di migrazione di un terzo del corpo elettorale. Nel 2013 ha premiato i 5 Stelle, nel 2014 il Pd di Renzi, nel 2018 ancora i 5 Stelle, nel 2019 la Lega e oggi Fratelli d'Italia. Peraltro, in questo peregrinare, una parte degli elettori ha abbandonato e si è rifugiata nell'astensione».Come lo spiega?«Veniamo da anni di criticità, e tutto questo provoca incertezze, ansie, paure. E chi è angosciato cerca rassicurazioni immediate. Ma la politica non sempre è in grado di dare risposte subito, quella soddisfazione "tradita" ogni volta viene ricercata altrove. Ora sta a Meloni dare risposte».Il Pd, evidentemente, non ci è riuscito.«Perché è il partito che, negli ultimi 15 anni, si è assunto il carico di garantire la governabilità: con i Governi Monti, Letta, Conte e Draghi. Ci sono domande pressanti che la gente pone e non sono state soddisfatte. La sfida, anche per noi, è ridurre la forbice tra il tempo rapido di una società e il tempo più lento della politica. E soprattutto intercettare noi quelle inquietudini e avere risposte rassicuranti credibili».L'impressione è di trovarsi di fronte a un Pd ancora molto ideologico, ma che fatica nelle proposte concrete...«Non penso sia così. Abbiamo in mente le priorità del Paese, che richiedono risposte non scontate. Si pensi al lavoro, che in alcune aree, soprattutto a Sud, manca; mentre in Veneto ci sono aziende che non sanno chi assumere. Però, posso dirle una cosa?».Prego...«Partiamo da segnali positivi. In Veneto, nel 2018 votarono 2.520.000 persone e il Pd prese 245 mila voti. Nel 2022, hanno votato in 2.510.000 e il Pd ha preso 404 mila voti, 160 mila in più di quattro anni fa. Siamo il primo partito a Padova, a Venezia città talloniamo FdI di due punti e in tutti i collegi abbiamo scavalcato la Lega. Il boom di Fratelli d'Italia è stato ottenuto svuotando l'elettorato di Lega e Forza Italia. La lista Brugnaro è stata un fallimento. Questo non riduce la gravità della sconfitta, ma dimostra che la nostra proposta è stata ritenuta più credibile del 2018, che le candidature di oggi hanno raccolto il consenso della gente».Ma c'è chi sostiene che far eleggere tre parlamentari su sei, provenienti da fuori regione, non sia stata una buona idea...«Visti i risultati, è una polemica da lasciarci alle spalle. Eletti nazionali, se utilizzati bene, possono essere utili ai territori. Nei voti non siamo certo stati penalizzati dai nomi».E in termini di lavoro per il territorio, poi?«Noi eletti in Veneto continueremo a lavorare per consolidare il consenso al Pd sul territorio. Personalmente, già nei prossimi giorni sarò a Venezia, Treviso e Belluno per analizzare il voto e come ripartire, iniziando a ragionare sulle elezioni di Treviso e Vicenza, dei prossimi mesi. E poi sulle regionali del 2025 e sulle amministrative per Venezia».Quali le priorità del Veneto?«Il lavoro, la scuola, i servizi per famiglie e persone. E poi il sostegno alle imprese e alle partite Iva. Il tema ambientale, il caro bollette, l'energia. Il welfare: il sistema sanitario veneto è concentrato sugli ospedali, mentre è insufficiente la presenza dei servizi territoriali. Bisognerà occuparsi di infanzia, disabilità, terza età».E poi c'è l'autonomia...«Secondo il principio di "sussidiarietà", più si è vicini a un problema meglio lo si governa. Per questo sono favorevole all'autonomia, purché al centralismo statale non si sostituisca un centralismo regionale».La ricetta per il Pd di domani?«Ridefinire la sua identità, il suo profilo, i suoi obiettivi, la sua strategia». --l.b.