La resa di Enrico Letta È corsa al nuovo segretario

RomaSi assume l'onere della sconfitta Enrico Letta - «non mi candiderò al congresso», annuncia gettando la spugna e addossando la colpa di tutto a Giuseppe Conte. Ma il leader uscente non si schiera con nessuno dei candidati più accreditati a succedergli, Stefano Bonaccini o Elly Schlein, sui quali è interpellato in conferenza stampa. Schlein "l'indipendente"«Sarò neutrale», dice, proprio mentre al piano di sotto, nei corridoi dove circolano generali e colonnelli del partito, qualcuno fa notare che «con Meloni alla guida del paese, non possiamo essere da meno e bisogna candidare una donna». Un tema che prende corpo nel Pd. «Va bene puntare sulla Schlein - replica uno dei big - ma qualcuno si ricorda che è un indipendente e non iscritta al partito? Come si fa?». E se i nomi di donne non mancano, come quello del segretario del Pd toscano Simona Bonafé o della capogruppo Debora Serracchiani, la competizione rischia di ridursi a una lotta tra chi vuole stare con i 5stelle e chi no. La Costituente di Orlando«Non serve un congresso ma una Costituente della sinistra», rilancia Andrea Orlando, che per due giorni non si è fatto vedere al Nazareno, assenza notata da tutti i big. Veleni. Ecco l'aria che tira tra i dem, dove in molti già scalpitano per conquistare la pole position. C'è Bonaccini («io farò la mia parte, però non discutiamo di nomi, ma di identità»), c'è la sfilza di sindaci, Dario Nardella da Firenze o Matteo Ricci da Pesaro, Antonio Decaro da Bari. Tutti parlano: chiedono «un dibattito che non si riduca ad una corsa di cavalli», (Nardella), o fanno parlare gli altri. Come Ricci che fa girare la richiesta dei sindaci a lui più vicini in pressing per farlo scendere in campo: «Sei stato il primo ad allargare una maggioranza dì centrosinistra ai cinque stelle, dobbiamo ripartire dalla provincia, serve la sinistra di prossimità...».Ma il «canto della tigre» di Letta lascia il segno e viene apprezzato trasversalmente, tranne qualche «colpo basso dei trombati», fanno notare al Nazareno. «Assicurerò la guida del Pd in vista del congresso ma io non sarò candidato», dice Letta. «Sono convinto che era giusto separarsi dai 5stelle, tutto nasce dalla decisione di Conte di far cadere Draghi». Aspetta di sentire le parole di Salvini e Conte prima di dire la sua e lo fa dopo uno scambio con i pezzi grossi del partito, come Lorenzo Guerini e Dario Franceschini e come il suo vice Peppe Provenzano: che lo invita a non essere ultimativo nelle sue esternazioni. Ma il leader taglia la testa al toro si posiziona come traghettatore. «È il mio gesto di amore verso il partito, la mia leadership finirà appena il Congresso avrà individuato una nuova leadership». Letta considera raggiunto «l'obiettivo di tenere il Pd unito, ma non quello di fermare la destra». Addossa la colpa di quanto successo a Conte, ammette che il Pd tornerà a dialogare con M5s, «ma saranno altri a dover gestire tutto ciò e il fatto che non sia io può agevolare. Le opposizioni devono essere unite o è un regalo alla destra. E bisogna riprendere le relazioni per fare un'opposizione efficace».Fallita l'Opa ostile di ConteSu ciò che succederà da domani non fissa un timing ancora, chiarisce che «serve un congresso molto profondo, con un'analisi seria e con un grande confronto di idee su cosa debba essere il Pd». Un congresso che si celebrerà non prima di febbraio: ottobre passerà tra la formazione del nuovo governo e dei gruppi parlamentari, poi si convocherà un'assemblea nazionale del pd per dare il via alle danze. La prossima settimana dovrebbe tenersi una Direzione per indicare il percorso, che porterà alle primarie.Ma quel che conta è la sostanza: «Come si costruisce una maggioranza alternativa? E comunque è fallito il tentativo di Calenda e Conte di sostituirci e metterci da parte: il risultato finale è Pd al 19, M5s al 15 e Terzo Polo al 7,8 per cento. Restiamo il primo partito di opposizione e il secondo d'Italia...». --© RIPRODUZIONE RISERVATA