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Federico Capurso / ROMAPer Giuseppe Conte è il giorno della celebrazione del «grande successo» elettorale, dell'endorsement di Beppe Grillo e degli «auguri di buon lavoro a Giorgia Meloni», già avvertita dal leader M5S che «la nostra sarà un'opposizione chiara e dura». Ma è soprattutto il giorno dell'arrivederci al Pd. Se qualcuno pensava che il 26 settembre si sarebbe potuto riaprire un dialogo, si sbagliava: la porta dei Cinque stelle continua a essere chiusa.D'altronde, gli scambi di giornata tra gli ex alleati non lasciano presagire una tregua. Enrico Letta accusa Conte di aver fatto vincere la destra e Conte gli risponde a muso duro: «Ha puntato il dito esclusivamente contro di me. Ma quando si è di fronte a una sconfitta, è bene che un leader non cerchi nemici esterni a cui addossare responsabilità». E da qui, di fronte ai cronisti riuniti in conferenza stampa, prosegue snocciolando il rosario di colpe e di errori del segretario Dem. «Non è una questione personale», sottolinea Conte, ma resta prudente di fronte alla possibilità di riprendere il filo del dialogo dopo il congresso annunciato da Letta: «Vedremo che partito ne uscirà, con quale agenda e quale prospettiva». Nel frattempo, il Pd continuerà ad essere considerato un concorrente, quasi un avversario, come è stato finora in questa campagna elettorale. Sui territori e solo sui territori, forse, sarà diverso. Si valuterà di volta in volta, assicura l'ex premier. Ma mette in guardia: «La nostra asticella sarà alta, non sarà facile dialogare con noi d'ora in poi, abbiamo fatto tesoro del passato».Grillo, rimasto in silenzio finora, sembra soddisfatto della linea tenuta da Conte. Pubblica un video sui social e paragona il Movimento a un nespolo del suo giardino: «Gliene abbiamo fatte di tutte a questo nespolo, eppure con un filo di linfa e un tronco un po' così, è rigoglioso e fa delle nespole bellisssime. È il simbolo del Movimento, è vivo». Conte ringrazia, «Grillo è sempre stato presente, con consigli preziosi», pur restando dietro le quinte. E ha «contribuito» al risultato. Quando è il momento di analizzare il voto, però, il leader M5S cerca di rifuggire l'etichetta di nuova "Lega del Sud": «Non è così», dice. Piuttosto, «siamo la forza politica che ha ricevuto una grande investitura al Sud». E per questo, aggiunge, «ci impegneremo a superare il divario territoriale che c'è con il Nord e a contribuire a un processo riformatore basato sulla crescita economica, non assistenziale, del Meridione. Io poi, probabilmente, sarò eletto nel collegio di Milano, quindi siamo un partito nazionale che parla a tutta l'Italia». Un po' pochino, un collegio al Nord, per parlare all'Italia. Ma al di là dei tentativi di girarci attorno e delle prospettive future, è così che si è spaccata l'Italia alle urne: il Movimento confinato nel regno delle due Sicilie e Fratelli d'Italia alla conquista del Nord. Sarà la prima volta di Conte da parlamentare, dunque. E la prima dai banchi dell'opposizione. Il primo argine viene costruito intorno alla Costituzione: «Il centrodestra non è maggioranza reale nel Paese. Quindi è bene non avventurarsi in progetti di riforma costituzionale senza una reale condivisione con tutte le forze politiche. Altrimenti il rischio evidente è quello di una bocciatura sonora, come quella che prese Renzi». E a scanso di equivoci, aggiunge: «Non c'è il clima adatto a un confronto largo. Lascerei perdere le riforme costituzionali». E se verrà toccato il reddito di cittadinanza, avvisa, «l'opposizione non sarà dura, ma durissima. Sarà inflessibile». Non solo. Anche sulla flat tax piazza un paletto: «Sul principio di progressività della pressione fiscale non faremo sconti». E poi «lavoreremo per impedire a questa nuova maggioranza di calpestare i diritti civili e di fare la guerra ai poveri, agli ultimi. Non permetteremo a nessuno di toccare le nostre riforme contro la precarietà, le disuguaglianza, la corruzione». Un'opposizione senza il Pd. Anzi, più del Pd. Per provare a prosciugare altri voti. Altro che "alleati". --© RIPRODUZIONE RISERVATA