La doppia anima di Norma Jeane meritava di più

Splendore ed eleganza di Ana de Armas a parte, delude l'attesissimo "Blonde" che Andrew Dominik ha diretto dal romanzo di Joyce Carol Oates. Dominik, vecchia conoscenza veneziana - nel 2007 portò "The assassination of Jesse James by the Coward Robert Ford" con cui Brad Pitt vinse la coppa Volpi- compie un'operazione di riscrittura dell'icona di Marilyn Monroe, a sessant'anni dalla morte, che rilancia i lati più "scabrosi" della bionda per eccellenza del cinema mondiale. E non fa per questo un bel servizio alla memoria di Norma Jeane che appare come una poco di buono nevrotica, dimenticando quanto abbia saputo resistere alle "attenzioni" dei produttori, nonché le conoscenze letterarie e la passione per il teatro che l'avvicinò anche all'Actor studio di Lee Strasberg. Certo nell'immaginario collettivo, cui il film attinge a piene mani, il ricordo di Marilyn è senza dubbio confuso e controverso, oscillando tra la sex bomb e l'instabilità emotiva ereditata dalla madre. Ma un film ambizioso come "Blonde", che usa i veri luoghi in cui l'attrice ha vissuto ed è morta, non può ridursi solo al dualismo traumatico tra l'identità pubblica di Marilyn Monroe e quella privata di Norma Jeane, indulgendo troppo sulle maternità perdute (con tanto di feto parlante) e sui particolari piccanti. Su Netflix dal 23 settembre. --Michele Gottardi© RIPRODUZIONE RISERVATA