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Il reportageLorenzo Lamperti / Taipei«Non tutti i canali militari tra Stati Uniti e Cina sono stati chiusi». Questa frase di John Kirby, portavoce della sicurezza nazionale della Casa Bianca, è l'unica consolazione di una giornata che rischia di aggravare le tensioni sullo Stretto di Taiwan, coinvolgendo anche altri attori regionali come il Giappone e causando una pericolosa rottura tra Washington e Pechino. Mentre quest'ultima salda l'asse politico con la Russia. In seguito alla visita di Nancy Pelosi a Taipei e alle esercitazioni militari senza precedenti avviate giovedì intorno a Taiwan, la Cina ha deciso di «punire» anche gli Usa. Annunciate sanzioni nei confronti di Pelosi e sospesa la cooperazione bilaterale su otto dossier, tre dei quali relativi alla difesa. Tra gli altri cinque settori inclusi anche la lotta ai crimini transnazionali e, soprattutto, il contrasto al cambiamenti climatico. Il tutto mentre è stata rilanciata anche l'offensiva retorica. L'ambasciatore negli Usa Win Gang, dopo essere stato convocato dalla Casa Bianca, ha scritto in un commento sul Washington Post che quella di Pelosi è «una visita ufficiale» e ha dunque rotto le promesse americane sui rapporti con Taiwan. Aggiungendo che la questione riguarda «la sovranità e l'unità della Cina, non la democrazia». Avvertendo che si tratta di «uno dei pochissimi problemi che potrebbero portare Cina e Usa a entrare in conflitto». Antony Blinken ha ribadito l'impegno alla tutela dello status quo, con Pelosi che da Tokyo (ultima tappa del suo viaggio asiatico) sottolinea che la sua visita non voleva portare a una sua modifica. Ma Pechino vede come fumo negli occhi la promessa dello stesso Blinken sul fatto che le forze americane «continueranno a volare, navigare e operare» sullo Stretto. Quelle acque Pechino le vede come proprie. Xi Jinping ne ha rivendicato di recente la sovranità e l'esercito popolare di liberazione continua a occupare spazi nuovi in prossimità di Taiwan. Ieri si è registrato un record di 68 incursioni di jet e 13 di navi da guerra oltre la linea mediana, con diverse unità che hanno simulato attacchi in direzione dell'isola. «È una pericolosa escalation che minaccia la pace», ha dichiarato il ministro degli Esteri taiwanese Joseph Wu. Nelle prossime ore si teme il possibile ingresso di mezzi militari cinesi all'interno delle acque territoriali taiwanesi. Il ministero della Difesa ha comunicato di essere pronto a «difendere la sicurezza nazionale» in modo deciso ma una reazione potrebbe portare a un'escalation. Il problema, dicono diverse fonti a la Stampa, è che le manovre militari cinesi potrebbero non fermarsi alla conclusione di queste esercitazioni. La sensazione è che possano riprendere a intervalli più o meno regolari anche nelle prossime settimane, con l'obiettivo di provare a fiaccare le resistenze psicologiche dei taiwanesi e a colpire l'economia dell'isola. Un po' come era cominciata in Ucraina, anche se la convinzione (e speranza) generale è che non si sia ancora nell'imminenza di un'invasione. Vero che Taiwan ha vissuto blocchi e crisi già in passato (ultima volta nel 1996), ma l'intensità e la vastità di questa azione non ha precedenti. Veder diminuire le scorte di materie prime ed energia potrebbe portare, secondo quanto spera Pechino, a divisioni interne e critiche al governo che la Cina considera «secessionista». Il traffico aereo sta già risentendo molto della situazione. Ieri sono entrati nella Flight Information Region taiwanese solo la metà dei voli previsti. A Taipei per ora si osserva senza panico, ma intanto l'amministrazione della capitale ha incoraggiato i residenti a scaricare un'applicazione che può essere utilizzata per cercare la posizione degli oltre cinquemila rifugi antiaerei presenti nella città.La crisi sta tra l'altro coinvolgendo sempre più da vicino anche il Giappone. Dopo che 4 degli 11 missili balistici lanciati giovedì dall'esercito cinese sono caduti nella sua zona economica speciale, anche le forze di autodifesa di Tokyo sono in allerta. La sicurezza di Taiwan è considerata dal Giappone una questione di sicurezza nazionale, non fosse altro per la vicinanza geografica con le prime isole nipponiche, comprese quelle contese Senkaku/Diaoyu. Giovedì il presidente della Corea del Sud, Yoon Suk-yeol, non è tornato dalle vacanze per incontrare Pelosi mostrando di non volersi inimicare la Cina. Ieri, invece Fumio Kishida ha visto la speaker della Camera Usa e alla sua presenza ha chiesto di «cancellare immediatamente» i test. Mossa definita «ostile» dal governo cinese. In risposta, all'East Asian Summit conclusosi ieri in Cambogia, il ministro degli Esteri cinese Wang Yi e quello russo Sergej Lavrov hanno lasciato la sala mentre parlava il loro omologo giapponese, Yoshimasa Hayashi. Segnale di coordinamento forte, così come i recenti transiti navali congiunti negli stretti strategici giapponesi. Il Cremlino ha definito le esercitazioni cinesi «un'azione legittima» e ha additato gli Usa come i colpevoli delle tensioni: «Le loro provocazioni non resteranno senza ripercussioni». --© RIPRODUZIONE RISERVATA