Debito di 11 milioni per Carlo Bramezza Pignorato un quinto del suo stipendio

san donàDieci milioni, novecentosessantanovemila e 483 euro. Più 93 centesimi. Sì, avete letto bene: quasi 11 milioni, 22 miliardi delle vecchie lire.È il debito "monstre" accumulato da Carlo Bramezza, 55 anni, residente a Villorba, manager della sanità pubblica, esponente di una notissima dynasty della politica e dell'impresa del capoluogo, legata al mondo cattolico. Da marzo 2021 è direttore generale dell'Ulss 7 Pedemontana di Bassano dopo aver guidato quella di San Donà-Veneto Orientale dal 2013. Il cratere finanziario di Bramezza - maturato in ambito privato e che nulla a che fare con la sua attività pubblica - è certificato dall'atto del tribunale di Treviso, sezione fallimentare, numero 31/21 che ha applicato al manager la legge "salvasuicidi" 3/2012 sull'esdebitamento, stabilendo che sussistessero per Bramezza tutti i requisiti chiesti dalla normativa per evitare il fallimento; il trovarsi in una situazione di squilibrio tra obblighi assunti e patrimonio prontamente liquidabile, ma anche nessuna precedente procedura, né atti volti a frodare i creditori.La liquidazione del patrimonio è stata chiesta da Marco De Rosa, legale di Bramezza, appoggiandosi a "Equità e giustizia", struttura varata dal Comune di Villorba dopo il varo della legge salvasuicidi. Liquidatrice nominata dal tribunale è Donatella Berto. Cosa ha portato al colossale "buco" di Bramezza? Si parla di investimenti sbagliati, e del fallimento della società di cui Bramezza era socio non operativo, ma per la quale aveva firmato una fidejussione a copertura dei debiti di 5,219 milioni, a favore della Banca Intermobiliare di Investimenti e gestioni Spa.Quindi, il manager aveva sottoscritto un'ulteriore garanzia di 1,1 milioni davanti ad un notaio castellano. E quando la prima fidejussione era stata escussa, per il fallimento della società, oltre all'ipoteca su una casa, Bramezza aveva rilasciato una fidejussione omnibus a copertura di 5 milioni, a favore della Cassa di Risparmio del Veneto. La giudice Clarice Di Tullio ha stabilito così che a Bramezza venga pignorato un quinto dello stipendio di 89.338 euro l'anno (6.000/mese) da qui al 2026. Circa 8 mila euro l'anno. Anche per garantirgli un minimo vitale, la difesa lo stimava in 2.100 euro mensili.Gli resteranno auto e appartamento: a disposizione dei creditori tutti i suoi beni mobili, i conti correnti con 4.062 euro ( al momento della sentenza del tribunale); 42,70 euro su una delle due carte di credito; 150 di titoli. E poi 50 mila euro di azioni di 4 società brasiliane e l'Audi che vale 15.630 euro. E infine i suoi beni mobili, stimati in 2.565 euro. La notizia è esplosa solo ora, ed è deflagrata in tutto il Veneto: Bramezza è fra i manager- perno del sistema sanitario veneto. Una carriera verticale, la sua: giovane Dc, figlioccio politico di Bernini fra anni '80 e '90, dopo la Prima Repubblica è rimasto senza tessera. Laureato in legge dopo il classico al Pio X, ha avuto incarichi dirigenziali nelle Ipab di Marca, pilastro del sistema che faceva capo all'allora assessore Sernagiotto (Fi, poi Pdl, progetto con Samorì, infine aderente a Fdi). Dal 2000 al 2012 ha diretto casa Marani a Villorba, poi il grande salto al timone dell'Ulss 4. Non ha mai fatto mistero, Bramezza, di voler puntare al timone dell'azienda sanitaria della "sua" Treviso, o a quella di Venezia. La sorella Ilaria, manager e imprenditrice, è oggi capodipartimento al ministero delle Infrastutture, dopo essere stata direttrice generale in Regione.--ANDREA PASSERINI© RIPRODUZIONE RISERVATA