Tra San Donà e Cessalto lo stretto di Suez dell'A4 dove passa l'Europa

Daniele Ferrazza / SAN DONÀAllacciare le cinture, rispettare i limiti di velocità e mantenere la distanza di sicurezza potrebbe non bastare. Soprattutto di martedì in direzione Venezia e di venerdì in direzione Trieste: in questi due giorni passa di qua la bilancia commerciale italiana. Martedì l'import, venerdì l'export.Benvenuti nel tratto più pericoloso dell'Autostrada A4, tra San Donà di Piave e Portogruaro, tra il casello di Noventa e il raccordo con l'A28. In un tempo di scambi rallentati dalla pandemia, negli ultimi quindici giorni (tra il 31 marzo e il 16 aprile), tre incidenti hanno provocato quattro vittime e interminabili code. Purtroppo, non saranno gli ultimi.Ventisette chilometri d'inferno, due corsie per senso di marcia, una barriera di cemento al centro e milioni di veicoli che ogni giorno percorrono questo corridoio europeo che collega Kiev a Lisbona. Peccato che la carreggiata di una delle regioni più industrializzate d'Europa sia praticamente la stessa inaugurata più di mezzo secolo fa, nel 1970, quando primo ministro era Mariano Rumor e pontefice Paolo VI. Kiev era Unione sovietica e in Portogallo comandava Salazar. Con un Pil nel frattempo cresciuto di venti volte e un traffico decuplicato.Il progetto di terza corsia di questo tratto - strategico e maledetto - in realtà è quasi pronto. Ma è incagliato per l'assenza di risorse certe e chiarezza sulla nuova concessionaria, la new co Autostrade Alto Adriatico, controllata per due terzi dalla Regione Friuli e per un terzo dal Veneto. Ottimistiche previsioni parlano del 2026, ma è una data scritta sulla sabbia.Nazzareno Ortoncelli fa il camionista a Torre di Mosto, la sua impresa ha sei dipendenti e altrettanti camion: «Ho vietato ai miei autisti di infilarsi in questo tratto - spiega l'imprenditore, che è presidente degli autotrasportatori di Confartigianato nonché presidente del mandamento di San Donà - e io stesso ho paura a percorrerlo. Questione di vita e di morte, nella mia azienda siamo come una famiglia, non voglio rischiare». È pure un grandissimo rischio economico, perché un incidente in autostrada vuol dire - se va bene - almeno due ore a carico fermo, che significa perdere 160 chilometri di strada, con le imprese abituate al just in time, tutto e subito. La locomotiva Nordest non sopporta tempi morti.Dall'altezza della cabina di un autoartitolato, entrando a Noventa in direzione Trieste, la percezione della strettoia e dell'assembramento è ancora più netta. L'autostrada come lo stretto di Suez, dove basta un camion di traverso per far perdere all'economia milioni di euro e alla società un carico ancora più prezioso di vite umane.Davanti all'uscita Cessalto, le mani ferme sul volante, Ortoncelli indica con un dito il punto dove nel 2003 un tamponamento a catena coinvolse 250 veicoli causando tredici morti. Un attimo dopo, lo stesso dito indica il luogo dove nel 2008 il salto di corsia di un camion ne causò otto. La carreggiata prosegue stretta, oltrepassa l'area di servizio Calstorta, per una lingua in territorio di Treviso, poi l'uscita di San Stino e l'imbuto prosegue fino al raccordo con l'A28 e poi l'area di servizio Fratta. Infine, a Latisana, l'autostrada torna a tre corsie. Si può tornare a respirare, anche se i lavori non sono terminati.Ogni giorno l'interminabile fila di centinaia di mezzi pesanti muove verso l'est europeo incrociando un'altrettanto lunga processione di merci dirette a Venezia, Milano o Bologna. Vietati i sorpassi, ma è sufficiente un niente per rovinarsi la giornata. «Basta guardare giù, le auto che passano: quasi tutti i conducenti hanno il telefonino in mano - aggiunge Ortoncelli - magari anche qualche camionista, per carità. Ma è sufficiente una frazione di secondo per provocare un tamponamento, un'uscita di strada, uno scontro». Un effetto farfalla che lega la chat di due fidanzati che stanno litigando su WhatsApp alla vita di centinaia di pendolari e lavoratori. «Chi muore in autostrada, al volante, è a tutti gli effetti un morto sul lavoro - aggiunge Ortoncelli - spesso noi camionisti veniamo indicati come i responsabili, ma poi vai a vedere le cause degli incidenti e molto spesso sono diverse, legate a distrazioni di altri conducenti o semplicemente a qualcuno che rallenta e crea un incolonnamento».Sessantun anni, camionista da 40, ha percorso mediamente 80 mila chilometri l'anno: «Non ho mai fatto il conto, ma devono essere diversi giri del mondo... Ora le imprese di trasporto stanno vivendo un altro dramma: non si trovano autisti. Gli italiani non vogliono più farlo, gli stranieri se li sta prendendo la Germania pagandoli di più. E poi con queste strade...perché quando chiudono l'autostrada tutti si riversano sulla Triestina, che è una statale Anas fatta dal fascismo, un secolo fa. Completare la terza corsia è vitale per l'economia di Veneto e Friuli, non possiamo più aspettare. In altre parti d'Italia han fatto strade bellissime, noi invece: testa bassa e non protestiamo mai». Ma la lista di croci continua ad allungarsi. Forse è il caso anche di alzare un po' la voce. --© RIPRODUZIONE RISERVATA