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Simone Bianchi /MARGHERALa pallacanestro è un grande amore della sua vita, disciplina alla quale ha dedicato già 70 e rimane infaticabile. Tullio Coccia ha fatto il giocatore, l'arbitro, l'allenatore e oggi è ancora il direttore sportivo delle Giants Marghera, un piccolo grande miracolo del basket femminile, arrivato per due volte a un passo dalla Serie A/1, ma capace di vincere due scudetti giovanili in epoca recente. Un esempio nel panorama italiano. La vita di Coccia si divide tra i primi anni a Castellammare di Stabia, poi a Milano e Sesto San Giovanni, e quindi l'arrivo a Venezia nel 1983. «Avevo giocato a calcio, e non ero male come terzino», racconta, «poi a 14 anni ho scoperto la pallacanestro, e me ne sono innamorato. Un'epoca di pionieri, le palestre scarseggiavano, e allora ci si allenava all'aperto dalle 21 alle 23, con spogliatoi improvvisati senza riscaldamento in inverno, e una fontana».Cosa la colpì del basket?«Mi piaceva il gioco, il canestro e il poter utilizzare le mani. Ero anche un po "fisico", mi dedicavo molto alla fase difensiva, ed ero il più pericoloso a rimbalzo. L'aspetto che però mi ha portato a scegliere questa disciplina, è legato al fatto che non avevamo un campionato di calcio all'oratorio, e a me mancava la competizione».Nel prosieguo è arrivato il fischietto.«Quando ho smesso, comprendendo i miei limiti alla carriera, l'arbitraggio è stato un passo che mi ha dato nuovi obiettivi, e così mi sono misurato su questo. Sono salito di livello velocemente, a volte arbitravamo anche tre partite a weekend. All'epoca lo si faceva più o meno come oggi, le regole non sono poi molto cambiate».Cosa l'ha spinta al basket femminile?«Quando ero a Sesto San Giovanni, a parte il Geas non c'erano altri club. Allora decisi di creare una squadra anche per far giocare le mie figlie. Parlai con il prevosto del vicino oratorio, l'idea prese forma, ma le suore non volevano darci le bambine per fare la squadra. Ero nel consiglio pastorale, fu dura convincerle e trovare accordi per garantire il catechismo. Se la domenica c'era la partita, recuperavano la messa andando a quella del sabato sera».L'avventura di Marghera è stata però unica.«Mi sono ambientato subito, all'epoca si puntava di più sul maschile. Con le ragazze siamo partiti dalla Promozione dove eravamo ultimi, ed ero in panchina da assistente. Abbiamo scalato le categorie e fatto grandi cose, passando io anche dal ruolo di allenatore a quello di dirigente. Contro Montichiari e lo stesso Geas, manco a farlo apposta, abbiamo anche perso due finali promozione».Tante soddisfazioni con il vivaio.«iamo riusciti a creare un grande settore giovanile con tante squadre, e un gruppo validissimo di giocatrici. Arrivando nel 2016 e 2018 a vincere con la Under 16 due titoli nazionali e a fare un terzo posto. Per una società come la nostra è un risultato pazzesco, avendo anche la Reyer a due passi da casa. Poi penso anche che alcune di quelle ragazze oggi giocano in Serie A, come Pastrello, Toffolo e Giordano».La auto retrocessione in B dello scorso anno è stata sofferta?«Moltissimo. Ma anche una scelta ponderata, perché la situazione non era facile. Non si possono avere debiti e non li vogliamo. Abbiamo sempre pagato tutti, però oggi è difficilissimo trovare gli sponsor».Obiettivi a questo punto con le Giants?«L'importante è ricominciare il campionato, come non lo so, dipenderà dalle formule. Non pensavamo di risalire subito, ma di lavorare a un progetto biennale».Il Covid sta lasciando il segno anche nel basket femminile?«Lo sta lasciando in generale. E non poter fare sport, per i giovani, in questo momento è una perdita gravissima. Tanti ragazzi non torneranno più a fare sport, e non parlo di bambini di 5 anni, ma anche di 18, ma nel Governo non lo capisce nessuno. Chi era alle ultime categorie giovanili perderà il treno per andare avanti o lo ha già perso. Ragazzi e ragazze che sono a casa ormai da un anno. Si perde un patrimonio».Fondamentali saranno le famiglie?«Sono sempre convinto che tutti i genitori dovrebbero indirizzare i figli a fare sport, qualsiasi cosa, non è un problema, ma i ragazzi ne hanno bisogno. Lo sport ti dà la socialità, e soprattutto quelli di squadra, perché in squadra impari a vivere e convivere con gli altri. Gioisci e ti consoli con tutti in base ai risultati».Settant'anni di basket sulle spalle, non è poco.«Sinceramente, a me sembra sempre di avere la stessa passione di cinquant'anni fa. La pallacanestro l'ho vista sotto tutti i punti di vista e non ho mai fatto nulla a mezzo servizio».L'Umana in vetta all'A/1?«Sarebbe bello che vincesse finalmente lo scudetto, farebbe bene anche alla piazza. Con il collega De Zotti abbiamo un bellissimo rapporto di amicizia da anni, se lo meritano». --