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TREVISO Il professor Renzo Guolo insegna sociologia dell'Islam all'università di Padova. L'espulsione dell'operaio di San Zenone rilancia l'allarme su possibili infiltrazioni del terrorismo islamico a Nordest. «Non entro nel caso specifico. Le realtà è che l'Islam si è globalizzato, nel mondo la loro presenza rispecchia le divisioni dei paesi islamici veri e propri». Tutti a rischio, allora? «Sì, ma attenzione. Giusto vigilare e controllare, ma il terrorismo islamico è una componente minoritaria di un Islam radicale, a sua volta è minoranza rispetto a un Islam che si integra. Mai perdere di vista la complessità dell'Islam, le sue correnti, le sue contraddizioni, le diverse posizioni». Quanti Islam a Nordest? «Tantissimi. Come nei paesi arabi. I processi migratori hanno mescolato persone con identità, orientamenti politici diversi. C'è chi si integra, chi rivendica l'autonomia e chi resta estraneo alla nostra società». Proviamo a inquadrare l'Islam più radicale. «Che non è quello violento e terrorista delle stragi. E' una corrente minoritaria, emersa negli ultimi 30 anni, come reazione alla politica internazionale, ma anche al fatto che questa proposta politica, alternativa ad ideologie di importazione occidentale, o di sintesi, vedi Turchia ed Egitto, fa presa su alcune frange. Trent'anni fa in Turchia o in Maghreb i veli erano pochissimi» . Siamo in presenza di un ciclo di irrigidimento ideologico religioso? «Forse sì, ma attenzione i cicli nascono e finiscono, lo dice la storia, antica e recente. Sul fattore identitario si sono innestati altri processi». Si era sempre parlato di Medio Oriente, Maghreb, Centrafrica. Ora c'è un fronte balcanico. «E' un residuo della dissoluzione di quel paese. In Bosnia, come in Macedonia e Kosovo si sono riscoperte le identità religiose, dopo l'ateismo di Stato imposto da Tito. E si è sviluppato il fenomeno del wahaddismo, gli insediamenti finanziati dalle grandi fondazione saudite e del golfo». Era un Islam pacifico. «Lascito ottomano, lo stesso impero austroungarico non ha avuto problemi, vedi il cimitero islamico a Trieste. Ora il welfare delle fondazioni caritatevoli consente alle comunità di radicarsi con scuole e altre strutture». Bisogna stare all'erta? «Mai generalizzare. Ma è un Islam particolarmente rigido, integralista, il che non vuol dire armato, che vive in un clima ideologico che può favorire derive pericolose». E' azzardato parlare di brodo di coltura, come per il terrorismo politico italiano? «Fenomeni diversissimi ma è vero che massimalismo e irrigidimento ideologico creano premesse e spazi. Negli anni '70 in Italia c'era chi voleva essere più comunista degli altri, si è visto com'è finita». L'Isis può fare più presa nell'area balcanica vicina al Nordest? «Può far presa lì come altrove, anche su giovani occidentali. Si muovono le persone ma anche le idee, i soldi. E poi propaganda e reclutamento». A cosa bisogna prestare più attenzione: ai flussi finanziari, ai movimenti di immigrati più striscianti? «La ricetta è sempre quella: prevenzione, intelligence, repressione. E non cadere nel trappolone della sfida a un Islam indifferenziato. E poi serve un contrasto culturale alle posizioni più radicali che deve avvenire all'interno della comunità islamica» Isolamento e condanna, dl terrorismo, per la verità, sono sempre espresse dall'Islam moderato. «Serve un passaggio in più. Le posizioni integraliste saranno tanto più minoritarie se la grande maggioranza degli islamici non solo condanna e isola, ma si fa carico di un forte discorso di integrazione». Deve fare argine? «Di più. Una presenza attiva. Per restare al paragone con l'Italia, penso a sindacato, a Guido Rossa, alle fabbriche». Ma non c'è un'autorità islamica cui fare riferimento. «L'Islam sunnita non ha gerarchie, è orizzontale: ogni comunità fa riferimento a un imam. Senza un centro». Questo non aiuta. Cosa deve fare la nostra comunità? «Distinguere e lavorare per l'integrazione. Ma senza sconti sui valori di democrazia, libertà, pluralismo: Colonia insegna. Si deve far emergere un senso di lealtà istituzionale verso il paese che li ospita». La cittadinanza può essere un incentivo? «Non è garanzia, ma aiuta. Crea un senso di appartenenza, se non di identità». E i flussi dei profughi? «La globalizzazione non si ferma, nemmeno con i muri. Avremo problemi di medio lungo periodo senza adeguate politiche di integrazione e multiculturali, ma non integraliste». Andrea Passerini