Commissariato il Mose

di Alberto Vitucci wVENEZIA L'Autorità anticorruzione ha avviato l'iter per il commissariamento del Consorzio Venezia Nuova. La bufera giudiziaria coinvolge adesso la governance del più importante pool di imprese italiano, dal 1984 titolare della concessione unica per la realizzazione del Mose. L'annuncio del commissariamento è stato notificato ieri mattina al presidente del Consorzio Mauro Fabris via Posta certificata, firmata dal presidente dell'Anac Raffaele Cantone. Corposa la documentazione allegata, tra cui interi fascicoli dell'inchiesta della Procura veneziana sulle tangenti culminata negli arresti di giugno. Un provvedimento clamoroso, preso in base alla nuova legge sull'anticorruzione (l'articolo 32 del decreto legge 90) che adesso potrebbe portare alla sostituzione dei vertici del Consorzio (presidente e Cda) o al loro «affiancamento». Come previsto dall'articolo 37 dello stesso decreto anche se «limitatamente alla completa esecuzione del contratto». Al Consorzio sono stati dati tre giorni di tempo per produrre memorie e osservazioni. Poi, entro una settimana, la richiesta di commissariamento sarà presentata al prefetto di Roma, competente per territorio (le convenzioni tra ministero e Consorzio sono state firmate al ministero) che dovrà emettere il provvedimento. È il secondo caso in Italia, dopo il commissariamento di un ramo di impresa della Maltauro, coinvolta nell'inchiesta milanese per gli appalti dell'Expo. In realtà si tratta del primo caso in cui a essere commissariata non è un'impresa o una parte di essa, come successo per la Maltauro, ma un Consorzio di imprese. In questo caso infatti non sarebbe toccata la governance delle aziende che fanno parte del Consorzio, a cominciare dalla maggiore azionista Mantovani e poi Condotte, Mazzi, Coveco né i loro utili. Anzi, in qualche modo il provvedimento potrebbe anche tranquillizzare le imprese. Perché con l'azzeramento dei vertici del Consorzio, i finanziamenti potrebbero ricominciare ad arrivare con una certa regolarità e senza troppe polemiche. Quasi sei miliardi costerà il Mose, ma c'è in ballo adesso il business della manutenzione, almeno 40 milioni ogni anno a partire dal 2016. Dal punto di vista mediatico il passo deciso dall'Autorità – e dunque dal governo – potrebbe anche avere il fine di «giustificare» la concessione di nuovi finanziamenti da parte del Cipe per completare l'opera. Che continuano a slittare da mesi, pur se già formalmente assegnati al Mose. Altra anomalìa è quella che il Consorzio, a differenza della Maltauro, non si occupa di appalti. I soldi per la grande opera arrivano dallo Stato e grazie alla concessione unica vengono affidati direttamente alle imprese, con poche eccezioni – come la realizzazione delle paratoie e di altre parti del sistema senza appalti. Il Consorzio si tiene il 12 per cento pergli «oneri del concessonario». «Era ora, bisogna vigilare attentamente sui comportamenti e sulle responsabilità», dice il senatore del Pd Felice Casson. «Tagliare la testa al drago è l'unico modo per cambiare davvero», gli fa eco Gianfranco Bettin. Cosa succederà adesso? Ieri pomeriggio nella sede del Consorzio all'Arsenale lunga riunione tra il presidente Fabris, i dirigenti e gli avvocati. Dal punto di vista legale qualche appiglio ci sarebbe. La convenzione firmata con lo Stato ha valore legale. E già dieci anni fa ci furono le ventilate minacce di «chiedere i danni» se quei contratti fossero stati stracciati per modificare l'opera. Ma è facile prevedere che il Consorzio non si opporrà alla richiesta. «Siamo pronti a collaborare, come sempre», dice il presidente Mauro Fabris. Al suo arrivo aveva avviato una sorta di «nuovo corso» che evidentemente non è bastato all'Autorità per far rientrare la decisione, annunciata da qualche mese. Del resto è difficile pensare a una causa dei rappresentanti delle imprese contro chi (lo Stato) garantisce i finanziamenti. E negli ultimi tempi, a tutti i livelli, da Roma si è chiesto di far luce sulle irregolarità annunciando però – premier Renzi e ministro Lupi in testa – che «il Mose deve essere concluso». All'indomani dell'inchiesta il Presidente del Consiglio aveva annunciato lo scioglimento del Magistrato alle Acque, che ha visto coinvolti nell'inchiesta due suoi presidenti (Maria Giovanna Piva e Patrizio Cuccioletta), accusato di non aver «controllato» adeguatamente i lavori. Da tre mesi il Magistrato alle Acque, storico ufficio della Serenissima Repubblica per la protezione della laguna (fondato nel Cinquecento, poi riaperto nel 1907) non esiste più. Si chiama adesso «Provveditorato alle Opere pubbliche del Veneto» e la struttura è rimasta intatta. Ieri pomeriggio il presidente Roberto Daniele, ha saputo solo dall'Ansa del commissariamento del suo concessionario. Adesso la salvaguardia (e il Mose) potrebbero essere gestiti da Roma.