Il mondo ci parla con i colori dell'arte globale

di Anna Sandri La sua visione non ha mai contemplato i confini: e oggi il mondo gli restituisce i colori con i quali, in una vita precedente, lui lo ha vestito e a modo suo dipinto. Enciclopedia di arte globale, testimonianza senza precedenti di convivenza felice tra chi ha un nome, chi non lo ha ancora, chi forse al di là di questo momento non lo avrà mai, arriva a Treviso con una selezione di duemila opere che raccontano dieci Paesi la mostra "Imago Mundi", nata dalla collezione di Luciano Benetton che nelle prime versioni, più ridotte, si mostrava al pubblico chiamandosi "La valigia del signor Luciano". Sembrava una curiosità, una passione personale da convidere a momenti. Invece poi l'ha esposta la Biennale di Venezia, in una collaterale in Querini Stampalia; l'ha esposta la Biennale di Dakar e si prepara ora ad esporla il Museo Bilotti di Villa Borghese a Roma: con la forza dirompente del suo messaggio, la collezione-mostra cresce e rotola nel mondo, si trasforma in enciclopedia di arte globale, chiama a raccolta gli artisti e gli artisti chiamano a loro volta a raccolta il pubblico che guardando - se davvero vuol vedere - non potrà che chiedersi se davvero i confini esistono. "Imago Mundi" è un progetto che ha in sé un pizzico di follia: fa circolare arte, idee e passione, non denaro. Spalanca una finestra sul mondo, ma poi la contiene in un formato che a qualsiasi artista deve parere abbastanza assurdo, 10x12, quello di una cartolina, l'unico vincolo. A chi aderisce, famoso o ignoto che sia, viene richiesto di consegnare un mezzaggio di arte e di pensiero: in cambio riceve la piccola tela sulla quale esprimersi,la libertà assoluta di riempirla come crede, la presenza in un catalogo (uno per Paese) che già di suo è un'opera d'arte per il dettaglio scientifico con cui è curato. Racconta dunque Luciano Benetton che la prima delle migliaia di piccole opere che oggi compongono la collezione è arrivata «dal Sudamerica, direi dal Cile», e già fiorisce la leggenda secondo la quale un artista gliel'avrebbe consegnata a mo' di biglietto da visita. Così sembra di vederlo, il signor Luciano, che in aereo gira e rigira quella tavoletta tra le mani e già si interroga e immagina. «Per costruire un simile progetto» dice «bisogna viaggiare molto» che significa essere curiosi del mondo, e amanti degli ingombri ridotti. E poi «servono naturalmente passione, e buoni argomenti per convincere gli artisti a partecipare». È capitato, certo, che qualcuno, pur invitato, negli anni abbia detto «no»: «Chi magari lavora per molti milioni, può non avere il tempo per aderire a un progetto così» valuta Benetton, ma sono «no» che sembrano essergli scivolati addosso senza lasciare traccia. Via via, in appena una manciata di anni, la collezione è cresciuta a dismisura: entro il 2015 le opere saranno più di diecimila provenienti da 80 paesi, e per allora sarà anche pronta la catalogazione completa. Per quanto piccole, a questo punto davvero non ci potevano più stare nella "valigia del signor Luciano". E non erano comunque più una passione: ormai, sono diventate uno spaccato del mondo. Così, la mostra ha cambiato nome ed è diventata "Imago Mundi - L'arte dell'Umanità". E si è affinato il processo di raccolta: nei vari Paesi vengono nominati curatori, che promuovono la partecipazione. Sono persone del posto, capaci di attraversare lande desolate e giungle urbane: una sorta di bando che passa di città in città o di villaggio in villaggio, perché una cosa è lavorare in Giappone, un'altra in Mongolia. A ogni appello arrivano centinaia e centinaia di adesione; a quel punto i curatori selezionano perché oltre che nel formato deve esserci per forza una misura anche nel numero. I vari Paesi sono rappresentati con un numero di opere che va da 140 a 200.Una volta consegnate, le opere vengono catalogate e inserite nelle strutture progettate da Tobia Scarpa, pensate "a libro", perfette per l'esposizione e perfette anche per i trasferimenti. Benetton sovrintende tutto, si confronta con i curatori; la gestione della collezione è nelle salde mani della Fondazione Benetton e del suo direttore Marco Tamaro. In quei 10x12 c'è il racconto di tutto il mondo. L'Islanda racconta di lane e di vulcani; il Giappone di benessere e di armonia. L'Afghanistan, di cui si è occupato Amanullah Mojaddidi ieri presente a Treviso, ha gli occhi e i veli delle donne, che sognano di fuggire portate da palloncini; l'Azerbaijan è sospeso tra Islam e Cristianità, la Mongolia guarda cieli, steppe e volti, Cuba dissacra i miti della rivoluzione e lo fa, unica, con i dittici: spiega la curatrice Maricel Napoles Gonzales che gli artisti avevano paura a gestire una sola tavoletta, così ne hanno avute due a testa. Ma alla fine non ne è stata scartata nessuna: non ne son venute fuori "brutte copie", solo opere in coppia. La Romania è fermata nel mezzo di un passaggio storico, sospesa tra le campagne quasi immobili e il fermento potente delle città, Bucarest su tutte. E la Cina? La Cina non può che registrare anche nell'arte la sua evoluzione,economica. Esiste una geografia globale nella visione di Luciano Benetton; ed esiste una geografia dell'anima come quella, ad esempio, che lui stesso cuce intorno al Kurdistan: «Non esiste come stato: ma c'è quello turco, quello iracheno, quello siriano. Noi abbiano creato un catalogo unico, che riunisce tutte le opere del Kurdistan». "Imago Mundi" si offre su diversi piani: si può cogliere la visione d'insieme, l'impatto dei colori nell'allestimento. Ci si può avvicinare, guardare nel dettaglio, cercare di capire. Ogni pannello ha le didascalie, ogni tela è firmata eppure improvvisamente i nomi non sono più importanti: è in fondo una lezione perfetta su come bisognerebbe guardare il mondo, con una visione globale per annullarne i confini politici, economici, filosofici, religiosi, e poi nel dettaglio cogliendo il messaggio prima che il suo latore. «Nei colori e nelle storie di queste opere» dice Luciano Benetton «nelle diverse visioni di migliaia di artisti che come sciamani ci rivelano la bellezza c'è, urgente, l'invito a muoversi, a guardare la realtà con occhi nuovi, a trasformare la nostra idea di mondo». Chiama quella che era la sua collezione, e che oggi è un messaggio consegnato a chi vorrà ascoltato, «un catalogo di popoli». Dentro c'è spazio per tutti, le differenze si annulano: un 10x12 può bastare, basta crederci.