I Casalesi tra gli ospiti "vip" del Casinò

A L'Aquila l'inchiesta prosegue e altri filoni d'indagine si vedono all'orizzonte. Il Gruppo di investigazione sulla criminalità organizzata (Gico) delle Fiamme gialle dell'Aquila, sta svolgendo verifiche su cantieri ed operai provenienti dalla Campania, non oggetto dell'inchiesta della Direzione distrettuale antimafia dell'Aquila che ha portato all'arresto dei sette imprenditori con l'accusa di contiguità al clan dei Casalesi, per massimizzare i profitti nei milionari appalti della cosiddetta ricostruzione privata. La convinzione degli investigatori è quella che il sistema di corruttela tra imprenditori aquilani con la ditta edile facente capo ad Alfonso Di Tella legati al boss della camorra Michele Zagaria, riguardi anche altre società ed altri cantieri della lunga e difficile ricostruzione post-terremoto. A proposito dei Casalesi il pm Antimafia Franco Roberti ha detto: «Il clan dei Casalesi non eiste più, è stato sconfitto dallo Stato e la collaborazione di Iovine certifica questa vittoria dello Stato». Roberti ha pronunciato queste parole, nel corso dell'audizione in Commissione diritti umani del Senato dedicata al regime di 41bis. di Carlo Mion Ironia della sorte: i casalesi che salivano a Venezia per riciclare il denaro sporco del pizzo chiesto agli operai dell'Aquila, venivano ospitati dalla stessa casa da gioco. Infatti si trattava di giocatori "pesanti", gente che puntava centinaia e centinaia di migliaia di euro e quindi ottimi clienti della struttura di Ca' Vendramin Calergi. Nessuna connivenza e illegalità. Infatti il casinò di Venezia, come tante altre case da gioco, praticamente tutte, ai clienti più affezionati a quelli che giocano in maniera più consistente offre ospitalità in alberghi convenzionati e di lusso. E qui sono stati trattati da veri signori, ad iniziare da Alfonso Di Tella, l'imprenditore di origini casertane che da trent'anni vive in Abruzzo e ora, secondo la Guardia di Finanza, al centro della struttura malavitosa che chiedeva il "pizzo" a una quarantina di operai impegnati nella ricostruzione dell'Aquila nel dopo terremoto. Di sicuro il casinò non sapeva chi erano queste persone, fino all'indagine che tre giorni fa, ha portato in carcere sette di loro. Di sicuro nessuna connivenza o comportamento illecito da parte della casa da gioco che si è trovata, inconsapevole, ad ospitare dei malavitosi. Gente che spendeva ai tavoli verdi, mangiava in rinomati ristoranti a base di pesce e poi, spesso, trascorreva la notte con costose escort. E tutto questo sulle spalle di operai edili da cui pretendevano la metà dello stipendio, parte del tfr e pure i versamenti destinati alla cassa edile. Cioè l'istituto che garantisce la pensione a questi operai una volta che hanno terminato di lavorare. In parte hanno fatto la bella vita anche sulle spalle dei veneziani. Gli operai della ricostruzione dell'Aquila pagavano il pizzo sullo stipendio. Era un'impresa legata al clan dei Casalesi a imporre lo sfruttamento in dieci cantieri della città terremotata. Metà del compenso, il trattamento di fine rapporto e i soldi della cassa edile passavano sul conto di quaranta manovali arruolati nel casertano, ma poi finivano nelle tasche di Alfonso Di Tella, imprenditore campano da anni residente all'Aquila ed esponente di spicco del gruppo di imprenditori legati a Michele Zagaria. E da lui alle casse della camorra. Il transito avveniva al casinò di Venezia dove si incontravano i camorristi. ©RIPRODUZIONE RISERVATA