GLI ORIUNDI

di Pietro Oleotto wINVIATO A MANAUS L'assaggio a Volta Redonda, con il Mondiale alle porte, la conferma l'altra sera a Salvador: i brasiliani riservano solo fischi a chi considerano un traditore della patria sportiva. È successo così che Thiago Motta – d'azzurro vestito già dagli Europei di due anni fa – abbia ricevuto, a ogni pallone toccato, delle autetiche bordate di disapprovazione dagli spalti dello stadio Raulino de Oliveira, occupato per la maggior parte dai tifosi del Fluminense. D'accordo, il "là" è stato dato da un fallaccio dell'ex interista sull'idolo locale, l'argentino Conca, ma i torcedores del Tricolor di Rio si erano segnati evidentemente il nome del giocatore nato a São Bernardo do Campo prima del calcio d'inizio con un circoletto rosso, come faceva anni fa Rino Tommasi con il tennis, quando in telecronaca contava sulle dita di una mano i colpi davvero spettacolari di un match. E circoletto rosso anche per Diego Costa, altro "traditore" che veste la camiseta delle Furie rosse (oggi un po' meno furie del solito) e che prima di sfidare l'Olanda ha cercato di salvare capra e cavoli: «Mi sento brasiliano, amo il Brasile, ma la Spagna mi ha dato la possibilità di realizzarmi come calciatore». Autogol. Poco importa se il centravanti dell'Atletico Madrid (promesso al Chelsea) sia nato a Lagarto, poco più a nord di Salvador, teatro della gara d'esordio: fischi a secchiate, come la pioggia caduta implacabile sull'Arena Fonte Nova. Probabilmente, sarebbe successo anche di peggio con i naturalizzati Eduardo e Sammir, ai quali il ct Kovac ha risparmiato il giudizio popolare lo scorso giovedì, quando la Croazia nella gara inaugurale ha sfidato proprio la Seleçao. Forse andrà meglio a Nani e Pepe: il rapporto con la vecchia madrepatria, il Portogallo, è controverso. Da una parte si avverte la voglia di riscatto tipico delle ex colonie, dall'altra c'è gratitudine perché Lisbona ha sempre rappresentato per i brasiliani la porta per l'Europa, anche dal punto di vista lavorativo, non solo sotto il profilo strettamente calcistico. Chi vuole stabilirsi nella penisola iberica può tranquillamente optare, dopo poco tempo, per la cittadinanza portoghese, cosa che hanno fatto anche il difensore del Real e il funambolo dello United (nella lista dei desideri della Juventus). Più in generale bisogna poi sottolineare che, ancora una volta, i sentimenti della gente si scontrano con la politica della Fifa che negli ultimi dieci anni ha contribuito a dare un'accelerata nell'assimilazione dei giocatori nati in altri paesi. E quindi non solo degli oriundi che, comunque, sono tantissimi in questo Mondiale. I nostri Thiago Motta e Paletta, infatti, hanno dei nonni italiani, tanto per fare un esempio, ma c'è anche l'iraniano Beitashour, figlio di un ingegnere emigrato oltre trent'anni fa negli Stati Uniti, che ha accettato la convocazione arrivata da Teheran pur di giocare qui in Brasile. Diversi i casi della Germania dei polacchi Klose e Podolski, del turco Ozil, del tunisino Khedira che avrebbero potuto optare per la nazionale dei genitori (o di uno dei genitori) e che invece hanno deciso di abbracciare il Paese che li ha cresciuti. Succede anche per la Svizzera che in ritiro ha portato una sorta di rappresentanza dell'Onu: lo spagnolo Senderos, l'ivoriano Djourou, i macedoni Dzemaili e Mehmedi, il cileno Rodriguez, i kosovari Behrami, Shaqiri e Xhaka, il turco Inler, il capoverdiano Fernandes e il bosniaco Gavranovic. Praticamente metà squadra composta da elvetici di prima generazione: un record, non un'eccezione, considerando che in questo Mondiale solo sei nazionali non contano nella rosa almeno un naturalizzato: Russia, Corea del Sud, Colombia, Honduras, Ecuador, Honduras e – guarda un po' – Brasile. ©RIPRODUZIONE RISERVATA